3. LO YOGA NONDUALE DEL KASHMIR – CORSI DI YOGA

“Lo Yoga è un’arte. E come tale la si pratica per il puro piacere di praticare. Sbocciare ad ogni istante nell’esperienza che si presenta, senza richiesta. Aprirsi alla gioia dell’ascolto del proprio corpo, del proprio respiro, delle proprie resistenze e delle morbidezze … momento dopo momento …. affinché possa manifestarsi spontaneamente quella dimensione interna di abbandono, il “lasciare la presa”. Questo ci conduce in quella dimensione di presenza, di silenzio e di profondo benessere che è lo stato dell’Essere”. Patrizia Sannino

terra e cielo quadrato

Corsi 2016-2017

ORARI

Martedì: 13,15 – 14,45         18,30 – 20,30

Mercoledì: 08,00 – 08,45

Giovedì: 10,00 – 11,30        13,15 – 15,15

Per eventuali ulteriori informazioni e lezioni individuali contattare per appuntamento al numero mob. 3332508150 di Patrizia o all’indirizzo mail samapatti(at)ascoltiprofondi.org.

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Per informazioni e iscrizioni ad altri corsi yoga sarete accolti in segreteria Centro TAT in Via XX Settembre, 2 Genova – tel. 010592069

  • da Patrizia (3332508150) il martedì dalle 15,30 alle 18,00
  • da Sabrina (3478399938) il lunedì dalle 15,30 alle 18,00
  • da Stefania (3386819175) il mercoledì dalle 10,00 alle 14,00

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…“Lasciare” durante la pratica delle asana (posture), del pranayama (respiro), dei bandha (sigilli), durante momenti di concentrazione e di meditazione.
Lasciare che possa emergere ciò che è tensione, lasciare che possa emergere ciò che è rilassamento.
Darsi all’ascolto di tutto ciò che emerge.
Il rilassamento sarà il benvenuto.
La tensione sarà benvenuta.
Abbandonare la ricerca di realizzare qualcosa: tutto è già come deve essere.
Nulla da cercare.
Nulla da raggiungere.
Solo l’ascolto.
Darsi all’ascolto…

(Eric Baret maestro contemporaneo

di Tantra Yoga della tradizione del  Kashmir)

Anticipazione sui temi che svilupperemo nell’arco dell’anno:

“Quando nella quiete e nell’ascolto del proprio “canto silenzioso” si è percepito dove risuona questo canto, in quali parti del proprio corpo e dello spazio che lo abbraccia, ci si rende conto di quanta immensa meraviglia ci sia nell’esistere, nel percepire. Quando si è cominciato a sentire il respiro percepibile, quando si è entrati in contatto con la potenza che si è sprigionata quando la volontà, il potente flusso del mentale, hanno sospeso la loro attività – che si fosse in una posa o sdraiati in un profondo rilassamento – ci si rende conto che la vastità del nostro essere (corpo-mente e spirito) è veramente senza limiti.” Patrizia

Riprendere il contatto profondo con le pratiche corporee dello Yoga dell’ascolto sarà il primo passo dei nostri incontri durante i quali torneremo a tessere l’ordito del nostro tessuto percettivo e, morbidamente, scorreremo verso la percezione del respiro, il soffio, intessendo alcuni pranayàma, conosciuti e nuovi. Nuovi per noi, non certo per l’arte dello Yoga!

Come anteprima di uno dei temi dell’anno accademico, vi riporto di seguito parte del testo di André Van Lysebeth, sui cui principi lavoreremo:

“Ma cos’è questo Prana? Una forza occulta, misteriosa, fonte di miracolosi poteri? “Prana è la somma di tutte le energie contenute nell’universo”. Vastissimo! Per gli yogi l’universo è costituito di Akasa, l’etere cosmico, e di Prana, cioè energia. Tutte le forme della materia nascono quando Prana agisce su Akasa. In sostanza, questo concetto corrisponde a quello della nostra fisica nucleare che considera qualsiasi materia come energia “arrangiata” in maniera diversa. La scienza non ammette (o meglio, non ammette più) la nozione di etere….perlomeno provvisoriamente!

Quando scriviamo Prana con la maiuscola intendiamo designare questa Energia Cosmica presa nel suo assieme mentre prana con la minuscola ce ne indica le sue manifestazioni. Prana, quindi, è l’energia universale indifferenziata, mentre prana è l’energia differenziata in qualsiasi forma si manifesti. Il magnetismo è una manifestazione di prana, esattamente come l’elettricità e la gravitazione. Tutto quel che si muove nel nostro universo manifesta Prana: grazie al prana, il vento soffia, la terra trema, l’ascia si abbatte, l’aereo decolla, la stella esplode e il filosofo pensa. Il prana è universale. Noi esistiamo in un oceano di prana del quale ogni essere vivente è un vortice. Secondo gli yogi ciò che caratterizza la vita è la sua capacità di attirare del prana dentro di sé, di accumularvelo e di trasformarlo per agire nell’ambiente interno e nel mondo esterno. Prananyàma potrei chiamarlo “energia”. Per noi occidentali il termine “energia” esprime un concetto meno vasto e troppo materiale. Per gli yogi, il pensiero stesso è una forma più sottile di prana: per l’occidentale, energia è qualcosa di fondamentalmente diverso. Diciamolo pure, la nostra “energia” è troppo industriale. Secondo gli yogi il prana è presente nell’aria; nonostante ciò esso non è né l’ossigeno, né l’azoto, né alcuno degli altri componenti chimici dell’atmosfera. Il prana esiste nel cibo, nell’acqua, nella luce del sole; con tutto ciò non è né le vitamine, né il calore, né i raggi ultravioletti. L’aria, l’acqua, gli alimenti, la luce solare veicolano il prana da cui dipende qualsiasi vita animale e vegetale. Il prana penetra tutto il corpo, persino là dove l’aria non può arrivare. Il prana è il nostro vero nutrimento, perché, senza di esso, non è possibile alcuna vita.

Lo stesso dinamismo vitale non sarebbe altro che una forma particolare e sottile di prana che riempirebbe tutto l’universo. La vita latente impregnerebbe in tal modo l’intero cosmo e, per potersi manifestare sul piano materiale, lo spirito si servirebbe del prana per animare il corpo e i suoi vari organi. Fino a questo punto, non intacchiamo troppo le moderne teorie occidentali. Gli yogi, comunque, si spingono oltre l’affermazione dell’esistenza di questa energia che nessun fisico nucleare può negare.

I Rishi proclamano – e ciò costituisce la base stessa dello yoga – che il prana può essere immagazzinato e accumulato nel sistema nervoso, più particolarmente nel plesso solare. Essi, inoltre, pongono l’accento sulla NOZIONE CAPITALE ED ESSENZIALE che lo yoga offre un accesso cosciente e volontario alle stesse sorgenti della vita.

Svelare l’esistenza del prana è già notevole. Scoprire che è possibile controllarlo, determinarne le leggi e le tecniche adatte a tale fine è addirittura meraviglioso: gli yogi hanno fatto entrambe queste cose. La scienza del controllo del prana si chiama Pranayàma (ayàma = controllare, padroneggiare)” (1)

Ciò che oggi è scientificamente provato, lo yoga Kashmiro lo scoprì molti secoli fa: l’inspirazione riequilibra il sistema nervoso e l’espirazione rinforza il sistema cardiaco. Come spiega anche Eric nel suo libro “Le Yoga tantrique du Cachemire”: “se il soffio è anarchico o spinge volontariamente, l’inspirazione colpisce l’equilibrio del sistema nervoso e l’espirazione indebolisce il cuore. Dal punto di vista dello yoga la corporalità tutta intera dipende dall’equilibrio di questi due sistemi. Giocando sul ritmo respiratorio si può portare un grande equilibrio di queste due funzioni fondamentali che colpiscono tutti i livelli della nostra corporalità. La costanza della portata e dell’intensità del soffio è di estrema importanza. Un ritmo pacifico predispone il placarsi del mentale. Dopo l’inizio dell’inspirazione fino al suo termine, in tutte le pose e il pranayàma, la portata del soffio deve essere identica.

Quindi l’esplorazione del movimento respiratorio, della sua attitudine involontaria e “anarchica”, ma soprattutto dell’aspetto volontario (pratiche dinamiche del respiro), sarà una delle colonne portanti dei nostri incontri. La vita è respiro! Ed il respiro risponde di riflesso, istintivamente, emozionalmente agli eventi dell’esistenza, alle cose che accadono nella quotidianità; risponde modificandosi quando si incontrano sia avvenimenti gioiosi che grandi cicloni. L’arte dello Yoga Kashmiro è fondata sull’ascolto e quando il mentale penetra nell’intreccio delle sensazioni che provengono dal corpo – respiratorie, articolari, tattili, muscolari, emotive, psicologiche – sensazioni che si manifestano attraverso i suoi blocchi, nelle sue tensioni, con i limiti del corpo, è proprio l’ascolto che, a poco a poco, fa scoprire le trame intessute dai diversi eventi della vita, trame e fili fatti di concetti, abitudini, regole, educazione ricevuta, dogmi, religione; tutti elementi che alimentano difficoltà, debolezze, paure, estremamente profonde e grandi. Questa scoperta porta a conoscere il proprio funzionamento ed a scoprire che il fondo della tela del proprio Essere è la tranquillità, che nella percezione della tranquillità può emergere la Coscienza.

Continua Eric spiegando che “l’assenza di tecniche, innanzitutto, non impedisce qualche cosa ovvero non impedisce alcunché di essenziale. Ciò che è essenziale è sentire la tranquillità. Per far questo non c’è bisogno di pranayàma. (…) Ci sono persone che possono fare la ‘posizione sulla testa’ e persone che non possono, c’è chi può fare padmasana e chi non può. Occorre dunque trasporre la tecnica in funzione delle capacità.”(2)

Questa visione è maggiormente espressa da Jean Klein:

Posso chiederle se ha praticato lo yoga per arrivare a livelli più profondi di resa e di vigilanza? La parola “praticare” sottintende generalmente un’abitudine. Dobbiamo adoperarla soltanto nel senso di diventare sempre più consapevoli del corpo e del mentale. Dobbiamo osservare che il corpo è un campo di paure, ansietà, difese e aggressioni. L’enfasi, tuttavia, non deve essere posta sul corpo, ma sulla presenza, sull’ascoltare. Ciò che importa è familiarizzarsi con il campo delle tensioni e vedere che l’immagine dell’Io, che interferisce costantemente, non è separata da questo campo, anzi, gli appartiene. Quando questo è chiaro, la tensione non trova più complicità, la percezione è libera, l’energia si integra nella totalità. L’approccio tradizionale avviene attraverso l’ascolto del corpo, non tramite il suo asservimento. Dominare il corpo è una violenza. Ma uno può stringere un bullone o lavare i piatti ed essere in ascolto. Non c’è differenza.

L’esplorazione del corpo mi condusse così a livelli sempre più profondi di rilassamento, e questo rilassamento portò all’estinzione degli schemi ripetitivi sia rispetto al corpo che al mentale. Nell’accogliere il corpo, nel dargli il benvenuto, divenni sempre più consapevole della percezione del “lasciare la presa”, e in tal modo lo yoga partecipò al presentimento della realtà. Ma esso mi condusse soltanto alla soglia in cui smisi di enfatizzare l’oggetto, il corpo, per lasciare affiorare l’ultimo soggetto. Lo yoga vi conduce a una specie di attenzione, alla tranquillità, e un corpo tranquillo riflette una mente tranquilla. Ma naturalmente potete arrivare ad un corpo e ad un mentale pacificati anche senza lo yoga!” (3)

Vi aspetto, per continuare il percorso giocando quietamente nell’assenza di tecniche, per fare altri passi nel nostro cammino di Ascolto Profondo.

Buona vita

Samapatti

 

 

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