Jean Varenne – Il Tantra, la Shakti e lo Yoga

Jean Varenne (Marsiglia, 12 giugno 1926 – Parigi, 12 luglio 1997) è stato un orientalista, storico delle religioni e indologo francese, tra i più importanti studiosi delle religioni dei popoli indoeuropei. Dopo aver studiato al liceo Thiers di Marsiglia, sua città natale, Varenne frequentò le università di Aix-en-Provence e di Sorbona nonché l’Ecole des Hautes Études, interessandosi sempre di storia delle religioni con particolare riguardo alla cultura orientale, perfezionandosi in sanscrito.

 Jean Varenne Il Tantrismo. Miti, riti, metafisica Edizioni Mediterranee

Oggi di “Tantrismo”, “yoga tantrico”, “sesso tantrico” se ne parla sin troppo e quasi sempre a sproposito. Pochi sanno, in realtà, di che cosa si tratti effettivamente. Nel presentare il Tantrismo così come viene realmente vissuto nell`Induismo, ed evidenziando i controsensi più diffusi al suo riguardo, Jean Varenne compie con questo libro un`opera salutare. Infatti, gli eccessi di alcuni falsi “maestri”, l`onnipresenza della sessualità più concreta nei rituali e il suo apparente gusto per ogni sorta di trasgressione, hanno fatto da qualche anno una pessima pubblicità al Tantrismo, sino a farlo apparire, in quell`Occidente in cui la spiritualità è sempre associata a una certa “moralità”, come una delle forme religiose più lontane dalle nostre, oppure, viceversa, come la summa delle trasgressioni per una umanità che cerca una “alternativa” e si crede tale. Esperto riconosciuto della cultura indiana, di cui costituisce uno dei migliori riferimenti in ambito universitario, Jean Varenne illustra nella presente opera la mitologia specifica del Tantrismo, interamente orientata verso l`esaltazione del Femminile, precisando il senso dei riti sulla base di una lettura dei testi sanscriti medievali, talvolta inediti in Occidente. Da ultimo, analizza in profondità la teologia tantrica, incentrata su una dialettica tra il Maschile e il Femminile che sfocia sulla “non dualità”, offrendoci in tal modo con erudizione, chiarezza e rigore una visione d`insieme su una delle correnti più originali della spiritualità orientale. Il tutto spiegato illustrando “ciò che i tantristi hanno in mente” quando effettuano certi riti che si possono giudicare soltanto con il metro della loro mitologia e della loro ideologia. Cosa che soltanto un profondo conoscitore della dottrina indù come Varenne poteva fare, ricorrendo anche quando è il caso, alla sottile ironia di chi certe cose le conosce bene ma resta sempre un occidentale.

J. VarenneIl TantrismoTuttora mal noto in Occidente, il Tantrismo, una delle correnti più importanti dell’Induismo, dovrebbe attirare l’attenzione per la sua originalità e, si può dire, per la sua modernità. Si tratta infatti di una forma religiosa in cui l’elemento femminile è preponderante, e a volte persino esclusivo. E ciò non tanto dal punto di vista dei fedeli (il Tantrismo non è una religione di donne), quanto piuttosto per l’oggetto della loro devozione: i tantristi, senza contestare la civiltà patriarcale cui appartengono, scelgono di venerare alcune divinità femminili piuttosto che gli dèi maschili. L’insegnamento segreto della Divina Shakti affronta tutti gli aspetti di questo culto: canti devozionali, riti propri al Tantrismo (compresi quelli sessuali), speculazioni (Upanishad), eccetera. Alcuni testi vedici completano l’antologia di Jean Varenne e testimoniano con la loro antichità (non meno di mille anni prima della nostra era) il profondo radicarsi del Tantrismo nella tradizione indù e la sua perennità.

Estratti da Il tantrismo
Incipit
Non è possibile scrivere una storia del tantrismo come se si parlasse del protestantesimo o dell’islam. Ciò attiene essenzialmente al fatto che gli indiani attribuiscono ben poca importanza alla storia: ai loro occhi, gli eventi politici non sono altro che peripezie di cui è inutile serbare il ricordo, nonostante il fatto che la diversità delle forme religiose appaia come un fenomeno stabile, immutabile, non suscettibile di evoluzione. Tali forme non derivano forse tutte dalla Rivelazione, per sua natura atemporale?

Citazioni
Il prestigio di Abhinava-Gupta (X secolo), il principale teologo di questa scuola, permise sicuramente allo shaktismo di acquisire i suoi primi titoli di nobiltà presso i brahmini, poiché Abhinava-Gupta integrò una parte della sua ideologia in una costruzione filosofica ambiziosa, mentre la venerazione della dea (Dévî, Shakti) abitualmente non forniva altro che poemi mitologici. (p. 40)
[…] shivaismo e tantrismo si sono reciprocamente influenzati a partire dall’VIII secolo. (p. 40)
Oltre al sangue, Kâlî beve anche del vino (surâ, che in realtà è il nome dell’alcol in generale). Ella ha in mano una coppa che, miracolosamente, rimane sempre piena e combatte i suoi avversari in stato di ebbrezza. (p. 84)
Pertanto, ovunque si sono insediate queste due religioni dominanti[1], la prostituzione sacra (ma non la profana!) scomparve con tutto quello che si convenne di chiamare paganesimo. Tuttavia, in India né il cristianesimo né l’islam riuscirono ad avere la meglio in maniera decisiva, e gli indù rimasero fedeli, per la maggior parte, alla religione dei loro padri. (p. 146)
Kundalini è insieme un serpente, un’energia intima e una dea: l’esoterismo del linguaggio crepuscolare risiede in questa simultaneità di significati in una stessa parola. (p. 174)
Troviamo così in tutti i settori del pensiero indiano questa esitazione tra un monismo intransigente e una certa forma di dualismo. La maggior parte dei darshana, e soprattutto Io yoga e il Vedanta, trovano d’altro canto il mezzo per conciliare queste due tendenze e subordinare la seconda alla prima, situando l’unità “al di là” della dualità che essa trascende. (p. 204)
[…] certe sette shivaite attribuiscono volentieri la creazione del mondo e il suo funzionamento al dinamismo (rajas) della dea, mentre Shiva riveste unicamente un ruolo d’ispiratore o, a rigore, di scenografo e spettatore. Eppure, nell’immensa maggioranza dei casi, il grande dio non viene privato del suo ruolo cosmico: quando lo si rappresenta come “re della danza” (nâtarâjan), è il solo ad assumere il suo ruolo di creatore-distruttore nell’atto di giocare con fiamme che sono altrettanti mondi chiamati a nascere, a svilupparsi, per poi scomparire per effetto della sua magia (mâyâ). (p. 208)
Nel complesso, dunque, il tantrismo afferma insieme la dualità universale e la preponderanza dell’aspetto femminile su quello maschile. Lo fa con costanza e sa trarne tutte le conseguenze non solo sul piano del ragionamento logico, ma su quello dei riti, dei miti e dei simboli. Nondimeno, non bisogna perdere di vista che non è questione di crogiolarsi nella dualità in sé e per sé, soprattutto in quella dualità “divorziata” che è il destino degli esseri nel mondo. (p. 211)

Explicit
Si parte da una constatazione: Shivah Shakti-vihînah shavah, cioè “Shiva senza la Shakti sarebbe soltanto un cadavere”, e ci si sforza di assumere in pieno questa realtà, vale a dire di unire strettamente nell’intimo di se stessi Shiva e la Shakti. Quando la coppia si è infine formata, appare la beatitudine che i buddhisti chiamano mahâ-sukha (grande beatitudine) e gli indù ânanda (felicità spirituale). Il programma del tantrismo è tutto qui.

*****

Lo Yoga e l’Occidente di Jean Varenne

Di seguito un’ intervista fatta a Jean Varenne (1926-1997 – docente di Sanscrito all’Università di Lione III), nel 1983, a seguito di una sua pubblicazione sullo Yoga.

L’Intervista è tratta da “I Quaderni di Avallon” n° 4 1983 – rivista di studi sull’uomo e il sacro – dove si precisava:

Intervista raccolta da Jean Claude Valla. Ringraziamo la rivista Elements per averne reso possibile la pubblicazione. Traduzione di Andrea Piras”.

 *****

  1. Lei ha appena pubblicato un libro sullo yoga, come mai ha scelto un tale argomento?
  2. Si tratta infatti di una nuova edizione. Pubblicato nel 1973 da Denoel, era esaurito dopo un anno circa. Le edizioni Retz l’hanno ristampato e nello stesso tempo ne è stata pubblicata una traduzione in spagnolo e in inglese.
  3. Come spiegare questo successo?
  4. La sua domanda si ricollega a quella che mi ha fatto precedentemente. Lo yoga è di moda, lei lo sa, e il pubblico che desidera informarsi si vede spesso proporre delle opere apologetiche che possono essere lette solo da coloro che sono già convinti … Per quel che mi riguarda ho voluto trattare l’argomento da studioso e non da adepto. Del resto è difficile sbagliarsi poiché la traduzione inglese è stata pubblicata dai tipi dell’università di Chicago. Per me si tratta di presentare al lettore i soli fatti affinché possa giudicare su delle fonti e decidere poi se, a suo avviso, è possibile impiegare da noi lo yoga oppure no.
  5. Ma lei ha una sua opinione?
  6. Certamente! Essa deriva da ciò che dicono i testi sanscriti stessi che cito abbondantemente nel mio libro e che sono categorici ed unanimi: lo yoga è una disciplina spirituale che mira all’ottenimento di ciò che gli indù chiamano liberazione e che è l’affrancamento dai contrasti della trasmigrazione. Così questa disciplina ha un senso solamente nella misura in cui si creda alla trasmigrazione di un’anima immortale di corpo in corpo, vita dopo vita, e alla possibilità di liberarsi da questa legge cosmica. Vi è quindi in ciò una problematica puramente indù che sfugge completamente a coloro che, in Occidente, predicano lo yoga.
  7. Non vi è dunque niente di buono da aspettarsi da questo?
  8. Forse bisogna modificare la nostra opinione. L’Occidente ha sempre avuto la genialità di scoprire al di fuori di sé degli elementi positivi che è riuscito ad adattare alle sue prospettive. L’aspetto psico-somatico dello yoga (posture, regolazione del respiro, fissazione del pensiero su un punto, etc.) è certamente interessante e potrebbe essere integrato coi metodi delle discipline di cui già disponiamo. Ma bisogna sempre sottolineare che per gli indù tali pratiche sono subordinate alla ricerca spirituale di cui sopra le parlavo. Alcuni gruppi che si sono formati da noi, da vent’anni circa, insistono d’altronde su questo punto, mettendo l’accento sui benefici occulti che è possibile ottenere con la meditazione, fase ultima dello yoga. A questo livello gli animatori di questi gruppi si trasformano volentieri in fondatori di sette. Lei conosce la mia opinione su queste …
  9. Non esistono dei gruppi più inoffensivi?
  10. Sì e fortunatamente sono la maggioranza. Là si raggruppano gli ingenui che non chiedono altro che ritrovarsi fra di loro, lontano dal mondo e dal rumore, per curare i propri nervi stressati o le proprie lombaggini. Li si stupirebbero parecchio se venisse loro spiegato che gli esercizi che fanno così diligentemente hanno pochi rapporti col vero yoga. Tutto ciò non sarebbe troppo dannoso se i responsabili non si spingessero più oltre. Ma sfortunatamente non riescono a impedirsi  di predicare un bizzarro mischione culturale battezzato filosofia orientale e condito di medicina naturale e di consigli dietetici irrazionali. Ciò può divenire pericoloso, mescolando inoltre delle considerazioni ugualitariste che si distaccano risolutamente dall’insegnamento dei testi sanscriti, sui quali si pretende di fondarsi.

In India infatti lo yoga è riservato ad una aristocrazia dello spirito che costituisce una èlite limitata. Vi si accede dopo un difficile noviziato lungo diversi anni. In queste condizioni, parlare di yoga per tutti come si fa a Parigi è un’assurdità agli occhi degli stessi indù che sanno ciò di cui parlano.

  1. Ciò che si ricerca è una forma di dominio di se stessi?
  2. L’adepto è degno di questo nome quando è riuscito a sviluppare in sé il virya, la virtù eroica che in sanscrito, come in latino, fa il vir, il vero uomo. Costui può allora dire di essere padrone di se stesso poiché si conosce intimamente.
  3. Lo yoga è quindi privilegio degli uomini?
  4. Ecco perché l’Occidente non ha compreso granché dallo yoga, infatti nei suoi gruppi le donne sono in maggioranza! In India le donne non possono accedervi. Non per misoginia ma perché la civiltà dell’India tradizionale è organizzata in una tale maniera che le funzioni intellettuali e militari sono riservate agli uomini. Ora, lo yoga è nello stesso tempo conoscenza e violenza fisica esercitate su se stessi. Tutto ciò non si comprende sino al momento in cui non si consideri la cultura indiana nel suo insieme. Sradicato, lo yoga avvizzisce e perde tutto il suo valore: è ciò che ho cercato di spiegare nel mio libro.

*****

Ci teniamo, avendolo conosciuto, che certe sue espressioni, in questa intervista sopra presentata, non vengano prese per quello che non sono. Esprimeva, in quegli anni (’70-’80), al di là della sua opinione esperienziale, l’antica voce-visione della cultura tradizionale indù, ambito in cui lo yoga da millenni si preservava. Non bisogna dimenticare che in India, la tradizione tantrica (tema che Jean Varenne ha ben affrontato) nell’antichità, per molto tempo, ha visto, per la “trasmissione” (iniziazione) solo Guru donna.

Vanno ben comprese, le sue affermazioni, a più livelli di comprensione oltre quello ovvio della giusta critica di superficialità alla maggioranza degli occidentali.

Tra le sue numerose opere ricordiamo:

  • Il Tantrismo. Miti, riti e metafisica – Edizioni Mediterranee 2008
  • L’Insegnamento Segreto della Divina Shakti – Edizioni Mediterranee 2010
  • Zarathushtra. Storia e legenda di un profeta – Edizioni Convivio Firenze 1991
  • Storia delle religioni: religione Vedica e Induismo – (insieme a Esnoud Anne Marie) Laterza 1978
  • Grammaire du sanskrit – Paris, PUF, 1971 e 1978
  • Le yoga et la tradition hindoue – Paris, Denoel, 1971
  • Cosmogonie védiques – Editore Arché Collana Bibliothèque de l’Unicorne
  • Le Veda – Paris, Denoel, 1967
  • Yogis – Antiquariat EJAY (Koln, NRV, Germany)


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