“Conosci te stesso” – Viaggio dentro la conoscenza di se stessi

Viaggio dentro la conoscenza di se stessi passando per: Ramana Maharishi – Nisargadatta Maharaj – Douglas E. Harding  –  articolo di VanLag (novembre 2007)

Piccolo manuale per orientarsi nella ricerca
Prima di inoltrarci in questo breve “viaggio” sulla ricerca di se stessi, ho stilato una “piccola guida dell’esploratore”, con  alcune informazioni o accorgimenti che possono aiutare ad orizzontarci.
Intanto questa ricerca contiene un paradosso perché lo scopo della ricerca è trasformare l’ego nel Sé, ma la ricerca è iniziata normalmente dall’ego stesso, che cerca, nel cammino spirituale, dei benefici per accrescersi e non per trasformarsi. Ci sarà un punto nel percorso dove questo sarà più o meno evidente e saperlo in anticipo è bene.
I continui riferimenti al Sé e all’ego potrebbero fare credere che ci siano due entità dentro noi; due “io” ma è ovvio che non è così. L’io è uno e quello che varia è la modalità di percezione…. Non conosciuto l’”io” origina l’ego, una volta conosciuto l’”io” si “ricorda” di essere il Sé.
Per conoscerci dobbiamo accettarci, altrimenti non riusciremo a fare emergere i lati di noi che ci sono insopportabili, e per accettarci dobbiamo svestire non solo i pregiudizi ma anche i giudizi ai quali siamo avvezzi. Rammentiamo che il processo di conoscenza non è un processo di cambiamento. Il cambiamento può avvenire o meno dopo la conoscenza, ma per ora non è il nostro fine.
Occorre essere disponibili alla scoperta. Quello che troveremo potrebbe, secondo la mentalità comune, essere assurdo, impensabile o persino “pazzesco”. Non importa! Noi vogliamo conoscere, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che siamo. Analogamente non spaventiamoci se scopriamo di essere diversi da ciò che pensavamo e diversi dagli altri. Non siamo noi ad essere fuori posto ma è la nostra cultura che ragiona per stereotipi e per modelli. Il fatto che ci troviamo “diversi” in realtà può essere un buon segno, siamo in marcia verso la nostra originalità.
Facciamo appello a tutta l’umiltà che possiamo raccogliere. Abbiamo intrapreso un cammino umano e spirituale profondo ma non per questo siamo autorizzati a pensare di essere migliori di altri. Anzi, c’è un’avidità pazzesca in chi ha “ambizioni spirituali”. Il mio maestro soleva dire: – Siete pieni di avidità – oppure – Vedo solo avidità attorno a me –  e pure Nisargadatta diceva: – Nessuna ambizione è spirituale – o ancora – Il desiderio di un uomo per una donna è pura innocenza se paragonato alle ambizioni spirituali – Dobbiamo accettare che a muoverci sono motivazioni egoistiche, questo assieme all’umiltà ci aiuterà a “digerire il rospo” quando ciò che troveremo, non piacerà al nostro ego.
Impariamo a distinguere tra esperienza e sperimentatore. Le esperienze possono essere di innumerevoli tipi, dalle più sublimi alle più degradanti, ma lo sperimentatore è sempre e solo uno ed è quello sperimentatore che vogliamo conoscere indipendentemente dalle sue esperienze.
Ciò che troveremo potrà apparire semplice ed ovvio e la semplicità delle risposte potrebbe non appagare menti contorte come le nostre occidentali. Ma fidiamoci di ciò che troviamo, la Verità è  bella, agevole, semplice ed aperta a tutti.
Gli insegnamenti dei primi due maestri, in accordo a “certe” filosofie orientali, assimilano il Sé, (anche il nostro), al Divino, e, se non avete confidenza con questi concetti, un’affermazione del genere potrà sembrarvi improponibile. Il mio consiglio è di accogliere questo assioma almeno come un’ipotesi e vedere da voi se è vero o meno. In fondo, sinceramente, finché non arriviamo a conoscerci pienamente non possiamo sapere se quanto affermano sia vero oppure no.

Ginnastica per scaldare i muscoli
All’alba della conoscenza, a Delfi, sul frontale del tempio di Apollo, si trovava scritto: “gnôthi seautón”, la cui traduzione in italiano significa: “conosci te stesso”. Doveva essere un monito importante e solo l’opera capillare di cancellazione della cultura pagana, attuata dal cristianesimo, spiega la quasi totale sparizione nel mondo moderno di questo insegnamento. Se è rimasto qualche riflesso è solo perché Socrate ne fece il fulcro della sua filosofia. Per contro, la cultura occidentale si è intrisa, nel corso della sua storia, del teismo proprio delle religioni mediorientali, (ebraismo e cristianesimo). Da lì in poi tutta la ricerca spirituale ed umana dell’occidente si è rivolta a cercare la Divinità fuori dall’uomo e così facendo si è dimenticato assai, troppo il “cercatore” al quale veniva e viene chiesto, sempre più, non già di “essere se stesso”, bensì di “essere un “clone del divino”.
Bisogna arrivare alla psicologia moderna per ritrovare in occidente un cambio di tendenza e vedere riapparire l’importanza della conoscenza di se stessi e l’amore per tale conoscenza, anche se la psicologia persegue quella ricerca non tanto per seguire la via della trascendenza, ma per ridare all’uomo la sua integrità e la sua dignità, al fine di vivere una vita integrata e bella. Una vita integrata e bella è una delle conseguenze dell’auto-realizzazione la quale, rispetto alla psicologia, ha forse semplicemente un obbiettivo più alto, appunto trascendente.
Ne deriva che, tranne la psicologia, l’occidente non ha né “scuole” né maestri che guidino in questo percorso e, se vogliamo interapprendere un serio cammino verso la conoscenza di noi stessi, dobbiamo rivolgerci altrove, in modo particolare all’India. Nel subcontinente indiano, infatti, le cose sono andate diversamente, e quell’antica sapienza è stata preservata nella sua integrità e trasmessa da maestro a discepolo, così che ancora oggi la si può trovare viva e pulsante negli insegnamenti di maestri di diversi lignaggi. Dalle loro parole possiamo recuperare il senso di quella domanda, ma anche le tecniche di indagine e persino la suggestione a dove quella domanda punti.

Inizio del viaggio
Intanto è bene specificare che la conoscenza di se stessi non è una conoscenza tra le altre, diversificata dalle altre conoscenze, solo perché invece di cercare fuori di noi cerchiamo dentro di noi. Non è neppure comunanza col conoscitore, sebbene nel procedere passi attraverso questa simbiosi. Essa è più simile ad una pratica o un percorso, nel quale il processo di “conoscere” si tramuta in “essere” e conoscitore e conosciuto si dissolvono lasciando il posto solo alla conoscenza.

Ramana Maharishi, (1879 – 1950), è certamente il maestro che ha il merito di avere attualizzato e reso popolare la ricerca di se stessi, attraverso le sue parole precise e limpide. Tutto il suo insegnamento è un ininterrotto battere sull’incitamento a cercare dentro noi stessi le risposte alle nostre domande, così se qualcuno poneva una domanda, Ramana avrebbe detto – chiediti chi ha questa domanda – Se qualcuno avesse chiesto come superare la paura, la risposta sarebbe stata: – chiediti a chi si mostrano le paure – così per ogni cosa della vita lui avrebbe sempre riportato inesorabilmente il cercatore a indagare il soggetto.
Prima di passare a mostrare esempi di insegnamento tramite dialoghi come li impartiva Ramana Maharishi, mi sembra doveroso ribadire, per il lettore occidentale poco avvezzo al pensiero ed alle logiche indiane, che per l’induismo, in ogni uomo risiede il Sé supremo, che è lo stesso che Dio, e che l’uomo può, attraverso il sentiero dell’auto conoscenza, svelare la sua natura Divina ed ad essa aderire. In termini buddisti, ogni uomo può diventare un Budda, cioè un Illuminato. Gli stralci dei dialoghi che seguono aprono subito il panorama su questi concetti.

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(Nei dialoghi D sta per domanda o devoto mentre B stà per Bhagavan, l’appellativo, cioè, col quale si soleva rivolgersi al Maharishi).

D: Dio è personale?
B: Si è sempre la prima persona, l’io, che vi sta sempre davanti. Siccome date precedenza alle cose del mondo, Dio sembra essersi relegato nello sfondo. Se rinuncerete a tutto il resto e cercherete lui solo Egli rimarrà come l’io, il Sé.
D: Dio è descritto come manifesto e non manifesto. Nel primo caso si dice che include il mondo come parte del Suo Essere. Se è così, noi come parte del mondo, dovremmo trovare facile conoscerlo nella sua forma manifestata.
B: Conosci te stesso prima di cercare di conoscere la natura di Dio e del mondo.
D: Io vengo da Dio. Dio non è distinto da me.
B: Chi fa questa domanda? Dio non la fa. La fate voi. Perciò scoprite chi siete e potrete sapere se Dio è distinto da voi.
D: Ma Dio è perfetto e io sono imperfetto. Come potrò mai conoscerlo veramente?
B: Dio non lo dice. Siete voi che fate la domanda. Dopo avere scoperto chi siete saprete anche che cosa è Dio.

Se è vero che siamo divini, ci vuole un bel po’ di umiltà, come dice Douglas E. Harding, a sopportare il peso schiacciante della nostra grandezza e se da una parte la ricerca di se stessi è un dolore per l’”io”, perché tende ad eliminarlo, dall’altra parte ci apre le porte alla nostra natura divina e quella è l’inizio della catarsi. I dialoghi che seguono ci dicono da una parte cosa siamo realmente, mentre dall’altra parte come perseguire quella conoscenza.

D: Perché solo la ricerca del Sé deve essere ritenuta il sentiero diretto per la Realizzazione?
B: Perché ogni tipo di sentiero, eccetto la ricerca del Sé, presuppone la conservazione della mente come strumento per seguirlo e non può essere seguito senza la mente. L’ego può assumere forme differenti e più sottili a differenti stadi della pratica ma non è mai distrutto. Solo la ricerca del Sé può rivelare la verità che ne l’ego ne la mente esistono realmente e mettere in grado di realizzare il puro indifferenziato Essere del Sé. L’Assoluto.
D: Come si può placare la mente?
B: Chiedendosi: “Chi sono io?”. Il chiedersi “Chi sono io” distrugge tutti gli altri pensieri, e come il bastoncino usato per accendere la pira, esso stesso alla fine scomparirà. In quel momento si avrà l’Auto-realizzazione.
D: come si deve realizzare il Sé?
B: Il Sé di chi? Scoprilo.
D: Il mio; ma chi sono io?
B: Sei tu che devi scoprirlo.
D: Non lo so.
B: Ma rifletti sulla domanda: Chi è che dice: “Non lo so”? Chi è l’”io” nella tua affermazione? Che cosa non si conosce?
D: Qualcuno o qualcosa in me.
B: Chi è quel qualcuno? In chi?
D: Forse un centro di potere.
B: Scoprilo.
D: perché sono nato?
B: Chi è nato? La risposta è la stessa per tutte le tue domande.
D: Chi sono allora?
B: (sorridendo) Sei venuto per farmi un esame? Tu devi dire chi sei!
D: Per quanto possa tentare, non mi sembra di afferrare l’”io”. Non è neppure chiaramente discernibile.
B: Chi è che dice che l’”io” non è discernibile? Ci sono due io in te, che uno non è discernibile dall’altro?
B: Chi vede la vacuità?
D: Io so che la vedo.
B: La Coscienza che trascura la vacuità è il Sé.
D: Questo non mi soddisfa non riesco a capirlo.
B: La paura della morte sorge solo dopo che sorge il pensiero dell’”io”. Di chi temete la morte? A chi viene quella paura? Finché si identifica il Sè col corpo ci sarà la paura.
D: Ma io non sono consapevole del mio corpo?
B: Chi dice che non è consapevole?
D: Non capisco.
D: Ma non è ridicolo che l’”io” cerchi l’”io”? L’interrogativo: “Chi sono?” non finisce col risolversi in una formula vuota? O devo farmi incessantemente la domanda ripetendola come un mantra?
B: La ricerca del Sé è più che la ripetizione di qualche mantra. Se la domanda: “Chi sono?” fosse puramente mentale, non sarebbe di molto valore. Lo scopo vero e proprio della ricerca del Sé è di mettere a fuoco tutta quanta la mente là dove sorge. Non si tratta, perciò di un “io” alla ricerca di un altro “io”. Tanto meno la ricerca del Sé è una formula vuota perché coinvolge un’intensa attività di tutta la mente per tenersi costantemente in equilibrio nella pura Auto consapevolezza. La ricerca del Sé è l’unico mezzo infallibile, il solo diretto, per realizzare l’Essere incondizionato ed assoluto che realmente sei.
D: Come si può conoscere il Sé?
B: Il Sé è sempre. Non esiste un conoscerlo. Non è una nuova conoscenza da acquisire. Ciò che è nuovo è non è qui ed ora, non può essere permanente. Il Sé è sempre, ma ne è ostruita la conoscenza e l’ostruzione si chiama ignoranza. Eliminate l’ignoranza e brillerà la conoscenza. Infatti non è il Sé che ha questa ignoranza o questa conoscenza. Esse sono soltanto concrezioni da spazzare via. Ecco perché si dice che il Sé è al di là della conoscenza e dell’ignoranza. Esso rimane quale naturalmente è, questo è tutto.
D: In che modo cercherò l’”io” dalla prima all’ultima tappa? Quando medito, raggiungo uno stadio dove c’è un vacuo, un vuoto. Come devo fare per andare avanti?
B: Non importa se ci sono visioni o suoni o qualunque altra cosa, o se c’è il vuoto. Sei presente durante tutto questo o no? Devi esserci stato durante il vuoto per poter dire di avere sperimentato un vuoto. Restare fisso in quel “tè” è la ricerca dalla prima all’ultima tappa.
D: Bhagavan noi siamo inclinate alla spiritualità fin dall’infanzia. Abbiamo letto parecchi libri di filosofia e siamo attratte dal Vedanta. Perciò leggiamo le Upanishad, lo Yoga Vasishta, la Bhagavad-gita, etc Cerchiamo di meditare ma non facciamo alcun progresso nella nostra meditazione. Non riusciamo a capire in che modo si giunga alla realizzazione. Volete essere tanto gentile da darci una mano?
B: Come meditate?
D: Comincio col domandarmi: “chi sono?” ed elimino il corpo come non “io”, il respiro come non “io”, la mente come non “io” ma a questo punto non so andare oltre.
B: Questo è esatto per quanto riguarda la mente. Il vostro processo è solo mentale. In realtà tutte le Scritture menzionano questo processo solo per guidare il cercatore alla Verità. La Verità non può essere additata direttamente; ecco perché si usa questo processo mentale. Come vedete chi elimina tutto il “non-io” non può eliminare l’”io”. Per poter dire “io” non sono “Questo” o “io” sono “Quello” ci deve essere l’”io” per dirlo.
Questo “Io” non è che l’ego o il pensiero dell’”io”. Dopo che sorge questo pensiero dell’”io” sorgono tutti gli altri pensieri. Il pensiero dell’”io” è perciò il pensiero radice. Se si strappa la radice si sradica contemporaneamente tutto il resto. Perciò cercate l’”io” radice; domandatevi: “chi sono?”; scoprite la sorgente dell’”Io”. Allora tutti questi pensieri svaniranno e rimarrà il solo puro Sé.

C’è da notare che la pratica, per il Maharishi sembrerebbe consistere più in un incessante focalizzarsi sul soggetto, che in un processo di indagine vero e proprio sulla nostra natura. Il Maharishi è come se ci dicesse in continuazione “Guardatevi”! E questa è una delle prime cose da comprendere e cioè che l’indagine serve a puntare a noi stessi, alla nostra vera essenza. Infatti ciò che siamo non è un qualche cosa che si viene a conoscere…. “La conoscenza”, come dice sempre Nisargadatta, “serve a individuare e scartare il falso”. Il nostro vecchio ego, costruito su false nozioni ed informazioni, ne farà le spese in questo cammino… con parole un po’ dure verrà “eliminato”. Ci dice ancora Nisargadatta: “La libertà non è della persona ma dalla persona” e ancora: “Voi pensate di interessare al maestro come persona, mentre tutto quello che interessa al maestro è di eliminarvi come fattore nella coscienza”.
Ciò che siamo è una “realizzazione”, ed arrivati ad un determinato punto della ricerca, ci rendiamo conto che non siamo nulla di ciò che pensavamo di essere, nulla che possa essere indicato o detto, che tutte le nozioni e le idee che avevamo su noi stessi erano indubbiamente false, erano il prodotto della cultura e della società, annidatosi nella nostra memoria. Da quella pulizia emerge la comprensione della nostra reale natura. Realizziamo il Sé. Ma attenzione, non accederemo a quella conoscenza finché saremo allo stadio dell’apprendista che stà ancora pensando che la Realizzazione sarà un qualche cosa a suo beneficio.

Nisargadatta Maharaj, (1897 – 1981) fu un tabaccaio nato e vissuto nella più atroce periferia di Bombai. Per grazia del suo maestro, che conobbe all’età di 33 anni, conseguì velocemente l’illuminazione ed da lì in poi iniziò a rispondere alle domande di quelli che andavano a trovarlo. A discapito della sua apparente non cultura, i libri con i suoi dialoghi sono una continua e vertiginosa danza attorno all’Essere. La sua abilità è stata la capacità di rendere con parole la metafisica più alta, ed, attraverso l’ascolto dei suoi insegnamenti, il lettore arriva a considerare come probabile se non certa la sua stessa identità con il “Sé supremo” con il Signore dell’universo. Egli procede sullo stesso sentiero di Ramana Maharishi, anche nei suoi insegnamenti, che pur sono più vasti e ricchi di esposizioni, più che un tipo di analisi c’è l’incitamento all’adesione a l’ente che fa le esperienze. “stai con te stesso tutto il tempo che puoi e da quel punto potrai balzare in una nuova comprensione”.

nisargadatta-ramanaNisargadatta Maharaj e Ramana Maharishi

nisargadatta-maharaj-ramesh-balsekarNisargadatta Maharaj e Ramesh Balsekar

I dialoghi estrapolati qui sono solo alcuni presi, quasi, a caso dal libro “Io sono quello”, ma tutto il libro, straripa della conoscenza del Sé. (Nei dialoghi I sta per interrogante e M per Maharaj)

I: Uno dei mezzi più efficaci di auto-realizzazione, secondo voi, è concentrarsi sull’”io sono”. Perché proprio l’”io sono”? In che modo la concentrazione su quel pensiero mi influenza?
M: Il fatto stesso di osservare modifica l’osservatore e l’osservato. Dopotutto, ciò che impedisce di cogliere la propria natura è la debolezza della mente e la sua tendenza ad evitare il sottile e a fissarsi sul grossolano. Se segui il mio consiglio e ti concentri sull’”io sono”, diventi consapevole della mente e delle sue continue divagazioni. La consapevolezza, che è armonia (satva) in azione dissolve l’ottusità, placa l’inquietudine e con gentile fermezza modifica la stessa sostanza mentale. Questo mutamento può non essere vistoso, perfino impercettibile; tuttavia è la profonda, fondamentale conversione dal buio alla luce, dall’inavvertenza alla consapevolezza.
I: Come posso dipanare questa matassa subliminale?
M: Aderendo a te stesso, all’”io sono”, osservandoti con attenzione nella vita di ogni giorno, pronto a capire più che a giudicare. Se accogli senza riserve qualunque sviluppo degli eventi interiori, faciliti l’emersione in superficie dei contenuti profondi, arricchisci la tua vita e liberi le energie latenti. Questa è la grande opera della consapevolezza: rimuove gli ostacoli e svincola le energie, grazie alla comprensione della natura della vita e della mente. L’intelligenza è il varco della libertà e l’attenzione vigile è la madre dell’intelligenza.
I: Ma allora, chi sono?
M: Non ti serve sapere chi sei, ma che cosa non sei. Infatti, se per conoscenza s’intende una descrizione a partire da ciò che è già noto, sia in senso fisico che concettuale, non può esserci la cosiddetta auto-conoscenza, visto che ciò che sei è descrivibile solo come totale negazione: “Non sono questo, non sono quello”. Affermare “Questo è ciò che sono” non ha senso, perché se lo indichi, non puoi essere tu. Niente di percepibile o immaginabile coincide con te e tuttavia, se non ci sei, non può esserci né percezione, né immaginazione. Il cuore sente, la mente pensa, il corpo agisce, e tu li osservi; l’atto stesso di osservare mostra che non sei le tue percezioni, benché non ci sia percezione o esperienza senza di te. Un’esperienza deve “appartenere”. Qualcuno dovrà venire a rivendicarla come sua. Senza lo sperimentatore, un’esperienza non è reale, è lui che le dà realtà. Un’esperienza preclusa, a che vale?
I: Che cosa vedete?
M: Quello che vedresti subito anche tu se correggessi il fuoco dell’attenzione. Non ti osservi abbastanza. La tua mente s’identifica con gli oggetti, le persone, le idee, ma mai con te stesso. Mettiti a fuoco, acquista coscienza dell’esistenza che è tua. Guarda come funzioni, esamina i moventi e gli effetti delle tue azioni. Scruta la prigione che ti sei costruito intorno, per inavvertenza. Constatando ciò che non sei, scoprirai chi sei. La via di ritorno a quello che sei, passa attraverso il rifiuto e la negazione. C’è una certezza: il reale è reale, non è un immaginario prodotto della mente. Persino l'”io sono” è discontinuo, pur essendo un indicatore prezioso: segnala dove cercare, non che cosa. Guardalo bene e vedrai che, non appena ti sarai persuaso di non poter dire niente di attendibile su di te tranne “Io sono”, e che niente che tu possa indicare è te, lo stesso bisogno dell'”Io sono” verrà meno, e smetterai di verbalizzare ciò che sei. Devi liberarti della tendenza a definirti. Le definizioni valgono solo per il corpo e le sue espressioni. Se ti svincoli dall’ossessione del corpo, ritornerai spontaneamente al tuo stato naturale. L’unica differenza tra noi è che io sono consapevole del mio stato naturale, mentre tu sei confuso.
I: I risultati sono nel futuro. Come posso sapere come saranno?
M: Usa la mente. Ricorda. Osserva. Non sei diverso dagli altri. La maggior parte delle loro esperienze sono anche le tue. Pensa con chiarezza e profondità, penetra nella struttura dei desideri e delle loro ramificazioni. Sono la parte più importante del tuo sistema mentale ed emotivo, e influenzano profondamente i tuoi atti. Non puoi abbandonare ciò che non conosci. Per superarti, devi conoscerti.
I: Che significa conoscere se stessi? Che cosa esattamente vengo a conoscere?
M: Tutto ciò che non sei.
I: E non quello che sono?
M: Ciò che sei, lo sei già. Conoscendo ciò che non sei, te ne liberi, e rimani nel tuo stato naturale. Tutto accade spontaneamente e senza sforzo.
I: Come si fa?
M: Non c’è un modo. Tieni a mente l'”Io Sono”, immergiti in esso finché il sentimento e il pensiero diventano tutt’uno. Dopo prove e riprove, raggiungerai il giusto equilibrio di attenzione e amore, e la mente sarà fermamente installata nell'”Io Sono”. Qualunque cosa tu pensi, dica o faccia, è sullo sfondo di questa condizione inalterata e amorevole.
I: Se guardo dentro, trovo sensazioni e percezioni, pensieri e sentimenti, desideri e paure, ricordi e aspettative. Avvolto in questa nuvola, non vedo niente.
M: Ciò che vede tutto questo e anche il niente, è il maestro interiore. Lui solo è, tutto il resto appare. È te stesso, la tua forma intrinseca (swarupa), la tua speranza e garanzia di libertà. Trovalo, attaccati a lui, e sarai al sicuro.
I: In che direzione devo guardare?
M: Tutte le direzioni sono nella mente. Non ti chiedo di guardare in una direzione particolare. Semplicemente distrai lo sguardo da tutto ciò che accade nella mente e puntalo sull'”io sono”. L'”io sono” non è una direzione. È la negazione di tutte le direzioni. Infine anche l'”io sono” svanirà, perché non occorre ribadire ciò che è ovvio. Puntare la mente sull'”io sono” l’aiuta a distogliersi dal resto.
I: Io sono lo specchio e il mondo è l’immagine?
M: Poiché puoi vedere sia l’immagine che lo specchio, non sei nessuno dei due. Chi sei? Non pensare per formule. La risposta non è nelle parole. L’enunciazione più adatta è: “io sono ciò che rende possibile la percezione”, la vita stessa, oltre lo sperimentatore e la sua esperienza.
Ed ora, distanziati sia dallo specchio che dall’immagine, e resta solo, fermo. Ci riesci?
I: No.
M: Come lo sai? Quanti sono i tuoi processi automatici? Digerisci, fai circolare il sangue e la linfa, muovi i muscoli, e poi percepisci, senti, pensi senza sapere come e perché. Analogamente, sei te stesso senza saperlo. Non c’è nulla di sbagliato in te in quanto te stesso, il quale è come dev’essere. Lo specchio invece non è chiaro e verace, e perciò ti dà delle false immagini: non devi correggerti – ma solo mettere a punto la tua idea di te stesso – Impara a distanziarti dall’immagine e dallo specchio; allénati a ripetere: “Non sono la mente, non sono le sue idee”. Se lo fai con pazienza e convinzione, arriverai a vederti direttamente come la fonte eterna e universale dell’essere-conoscenza-amore. Tu sei l’infinito, concentrato in un corpo. Per ora vedi solo il corpo. Se insisti, arriverai a vedere solo l’infinito.
I: Si, ma qual è la disciplina più adatta?
M: Concéntrati unicamente sull'”io sono”. Così, quando la mente diventa completamente silenziosa, si fa fulgida e vibra di nuova conoscenza. Tutto avviene da sé, devi solo aderire all'”io sono”. Come all’uscita dal sonno o da un’estasi ti senti fresco e ristorato, anche se non ti spieghi perché, così nella realizzazione ci si sente colmi, appagati, liberi dalla stretta del piacere-dolore, e tuttavia ignari, il più delle volte, di come sia successo. Puoi formularlo solo per negazioni: “non c’è più niente in me che non vada bene”. È solo rispetto a com’eri che sai di esserne fuori. Per il resto, sei giusto te stesso. Non cercare di comunicarlo. Se ci riesci, non è reale. Osservalo silenziosamente in azione.

Torniamo in Occidente
Ramana e Nisargdatta ci dicono il “dove” cercare, e parzialmente anche il “come”. “Stai con te tutto il tempo che puoi”, “tieniti sempre a mente”, “chiediti sempre chi è il soggetto”, “riporta continuamente la mente a te stesso”… etc…etc
Ci dicono anche, senza troppe velate parole, che siamo il “Sé supremo” ma questa affermazione risulta peregrina al cercatore che si scontra quotidianamente con i suoi limiti umani e non può che domandarsi con aria sfiduciata: – Cos’è che loro vedono ed io non vedo? – Perché laddove loro vedono il Sé supremo io non faccio altro che cogliere fallacità e debolezza, paura e dolore, desiderio e paura? –
La risposta a quella domanda, la conversione dall’io al Sé, invero è troppo semplice immediata ed ovvia, tanto da suscitare la diffidenza delle menti speculative degli occidentali i quali sono stati convinti che la Verità sia il risultato di una dura ed ardua ricerca e non possono uscire da logiche di sforzo e guadagno. Inoltre l’occidentale non può concepire qualche cosa che non sia un’esperienza. La massima felicità, la massima beatitudine, la massima conoscenza, devono essere usufruibili dall’io e non vedono come invece, ciò che necessita, sia di invertire il processo volgendo il proprio interesse dalle “esperienze” allo “sperimentatore”.
Tuttavia è possibile che alcuni concetti li abbiamo capiti e lì abbiamo fatti nostri. Concetti come:
E’ importante cercare “se stessi” “dentro se stessi” ed è importate la percezione chiara del soggetto ed una continua adesione ad esso.
L’identificazione di noi stessi col nostro corpo fisico o con la nostra mente è falsa e momentanea.
Qualsiasi idea abbiamo di noi stessi è sbagliata, perché qualsiasi idea che possiamo farci lo è.
Non siamo nulla di percepibile, di pensabile, di indicabile, eppure siamo.
Se avevamo già confidenza con questi aspetti dell’induismo o col buddismo, abbiamo anche intuito come il problema della divinità sia secondario e come ciò che è importante è arrivare a realizzare la nostra piena natura mettendo, per ora, in secondo piano il Divino.

Cosa possiamo vedere di noi?
E’ pur vero che quello che ci stanno indicando è vertiginoso, Socrate è troppo lontano, e non tutti siamo pronti ad accogliere, almeno come ipotesi questa verità…. Per chi ha digerito invece che tutto quel grumo di orgoglio che difendiamo a spada tratta, possa realmente essere “inconsistente” o addirittura inesistente, è possibile, grazie al terzo maestro di questa ricerca, procedere verso una diversa percezione e conoscenza di noi stessi.

Douglas E. Harding

Chi ha letto i dialoghi di Nisargadatta, (“Io sono quello”), forse ricorderà che in uno di essi si cita un non meglio identificato Douglas Harding.  Il dialogo è il N° 28 del 19 Settembre 1970. Lo riporto perché nella sua profondità, costituisce un’ottima introduzione a questo maestro.

I: Vengo da lontano. Ho avuto delle esperienze interiori e vorrei confrontarle.
M: Benissimo. Conosci te stesso?
I: So che non sono il corpo ne la mente.
M: Che cosa te lo fa dire?
I: Non sento di essere il corpo. Ho l’impressione di trovarmi dappertutto. Quanto alla mente, posso accenderla e spegnerla a volontà. Questo mi fa pensare che non sono la mente.
M: La sensazione di essere ovunque nello spazio ti fa sentire separato o coincidente col mondo?
I: L’uno e l’altro. Talvolta sento che non sono la mente ne il corpo, ma un unico occhio spalancato. E se scendo in profondità, questa sensazione si espande a tutto ciò che vedo, e il mondo ed io diventiamo tutt’uno.
M: Bene. Hai desideri?
I: Si qualcuno viene rapido a fior di pelle.
M: E come ti atteggi?
I: Che posso fare? Vanno e vengono, ed io li osservo. Talvolta vedo che il corpo e la mente si impegnano a soddisfarli.
M: Per conto di chi?
I: I desideri sono una parte del mondo in cui vivo, come gli alberi e le nuvole.
M: Non sono il segno di qualche imperfezione?
I: Perché mai? Sono come sono, come io sono come sono. La loro comparsa e scomparsa non mi tocca. Però influenzano la forma ed il contenuto della mente.
M: Ottimo di che ti occupi?
I: Sono un agente di polizia e sorveglio i vigilati speciali.
M: Sarebbe a dire?
I: Sorveglio la condotta di giovani colpevoli di reati, e li aiuto a reinserirsi nella società.
M: Sei costretto a lavorare?
I: Chi lavora? Capita che il lavoro accada.
M: Ma hai bisogno di farlo?
I: Si. E poi, mi piace, perché mi mette in contatto con degli esseri umani.
M: Che bisogno hai di loro?
I: Loro possono avere bisogno di me, e sono stati i loro destini a procurarmi questo lavoro. La vita è unica in fin dei conti.
M: Come sei arrivato al tuo stato presente?
I: Mi hanno messo sulla via gli insegnamenti di Ramana Maharishi. Successivamente ho incontrato Douglas Harding, che mi ha mostrato come operare sull’ – io chi sono? –
M: E’ stato improvviso o graduale?
I: Quasi improvviso. Come qualche cosa di dimenticato che riaffiora. O come un lampo subitaneo di comprensione. “Com’è semplice! – mi sono detto. – Non sono come pensavo! Non sono ne il percettore né il percepito, solo il percepire”
M: E nemmeno quello, ma ciò che rende possibile il percepire.

Douglas E. Harding, (1909 – 2007), fu un maestro inglese poco conosciuto in Italia. Laureato in architettura, è stato insegnante di religioni comparate ed, una volta in pensione, è diventato un ottimo conferenziere che ha portato in giro per il mondo il suo modo originale di indagare dentro se stessi. Egli ci da la possibilità di sbirciare in quel “vuoto pieno”, che sarebbe la nostra reale natura, ammonendoci di – non credere ad una parola di ciò che egli dice ma di testare da noi stessi – (sito ufficiale http://www.headless.org)
Tempo fa avevo  trovato in giro per casa poche pagine che raccontavano il “suo risveglio” e ne tradussi una parte che riporto qui, giusto per familiarizzare col personaggio e comprendere come esso si collochi appieno in questo percorso nella conoscenza di ciò che siamo.

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Il giorno più bello della mia vita, la mia rinascita, per così dire, fu quando mi accorsi di non avere la testa. Non è una battuta, un’arguzia che vuole ad ogni costo destare interesse. Lo dico con la massima serietà: – non ho la testa –
Feci questa scoperta a 33 anni. Benché fosse certamente inaspettata, fu la risposta ad una ricerca pressante; da diversi mesi ero così assorbito dalla domanda: “Chi sono?”
Probabilmente il fatto che a quel tempo mi trovassi sull’Himalaya ha poco a che fare con la mia scoperta, per quanto si dice che in quelle regioni siano più frequenti gli stati mentali insoliti.
Comunque sia, la giornata era molto calma e luminosa e la vista, dal crinale su cui mi trovavo, spaziava su valli nebbiose e sulla catena delle montagne più alte del mondo, formavano uno scenario degno della visione più sublime ed elevata. Quel che accadde in effetti era assurdamente semplice e normale: per un momento smisi di pensare. La ragione, l’immaginazione e tutto il chiacchierio mentale si spensero. Per una volta rimasi davvero senza parole. Dimenticai il mio nome, la mia umanità, la mia esistenza oggettiva, tutto quel che potremmo definire “io” e “mio”. Il passato e il futuro si dileguarono. Era come se fossi nato in quell’istante, nuovo fiammante, senza mente, privo di tutti i ricordi. Esisteva solo l’ora, il momento presente e ciò ne faceva chiaramente parte.
Mi bastò guardare e scoprii pantaloni color kaki che finivano in basso in un paio di scarpe marroni, maniche kaki che terminavano alle due estremità con un paio di mani rosa e una camicia kaki che finiva in alto con…… assolutamente nulla! Certamente non con una testa.
Notai immediatamente che questo nulla, questo buco dove avrebbe dovuto esserci la testa, non era un vuoto ordinario, un puro niente. Al contrario, era densamente pieno. Era una vasta vacuità immensamente colma, un nulla che aveva posto per ogni cosa: posto per l’erba, gli alberi, le colline lontane e indistinte e per le cime nevose che le sovrastano come una linea di nuvole angolose sospese nel cielo azzurro. Avevo perso una testa ma avevo guadagnato il mondo.
Tutto era letteralmente stupefacente. Smisi quasi di respirare, assorto nel Dato. Vi era uno spettacolo superbo che risplendeva radiosamente nell’aria tersa, solo e senza sostegno, sospeso misteriosamente nel vuoto e (ed era questo il vero miracolo, la meraviglia e la gioia) totalmente privo di un”io”, incontaminato da un qualsiasi osservatore. La sua presenza totale era la mia assenza totale, d’anima e di corpo. Più leggero dell’aria, più trasparente del vetro, totalmente libero dall’io, non ero in nessun luogo. Eppure nonostante il carattere magico e misterioso della visone, non era un sogno ne una rivelazione esoterica. Proprio il contrario: sembrava un risveglio improvviso dal sonno della vita ordinaria, la fine di un sogno. Era la realtà che brillava di luce propria e per una volta si era liberata totalmente della mente oscurante. Era la rivelazione, infine, del perfettamente ovvio. Era un momento di lucidità in una vita confusa, avevo smesso di ignorare qualcosa che, (fin dalla prima infanzia in ogni caso), ero sempre stato troppo occupato, troppo intelligente o troppo spaventato per vedere. Era una attenzione pura, acritica, a ciò che era sempre stato sotto i miei occhi: la mia assoluta mancanza di un viso. In breve, tutto era perfettamente semplice, chiaro e comprensibile, al di là delle discussioni, del pensiero e delle parole. Non sorgevano domande né riferimenti a un qualcosa oltre l’esperienza stessa, ma vi era solo pace e una quieta gioia, e la sensazione di avere abbandonato un fardello intollerabile.

Douglas, dopo quella straordinaria esperienza, ha cercato il modo di comunicare la sua scoperta ed ha “inventato” una serie di semplici esperimenti che dovrebbero guidarci a cogliere questa ovvietà. Quello che vuole dimostrarci è come noi, nel corso della nostra vita, abbiamo assunto come concezione di noi stessi, il punto di vista degli altri, il luogo comune, cioè il ruolo che la società ci ha imposto e come, per contro, questa immagine contrasti con l’esperienza che noi abbiamo di noi stessi, perché nella nostra esperienza quotidiana noi non siamo “una terza persona” ma sempre “la prima persona”.
Il più significativo dei suoi esperimenti è quello del “dito” perché è lì che Douglas ci porta a ripercorrere la sua stessa esperienza che lo portò ad affermare che non possedeva la testa. Credo che è un esperimento che possiamo fare assieme come io, prima ancora che farlo con Douglas, lo feci col suo libro e rimasi stupito di ciò che “vidi” o sarebbe meglio dire intuii. Quello che qui riporto è l’esperimento come lo ricordo io, ma consiglio a chi ha interesse in quanto scrivo di provare a cercare il libro di Douglas, dal titolo “Decapitare lo stress”, perché, da vero maestro, egli non si limita a questo esperimento, ma da una serie di informazioni utili a ritrovare la nostra vera essenza.
Ma veniamo all’esperimento per il quale è richiesto di svestire il luoghi comuni ed attenersi alla pura evidenza, al dato reale. Per una volta, vi prego, dite a voi stessi la verità, dite ciò che vedete e non inventatevi entità che non esistono.

Esperimento
Sediamoci comodi in un luogo dove non ci siano distrazioni.
Ora puntiamo col dito indice la cosa che ci stà di fronte. Qualsiasi cosa sia.
Notiamo come ci sia: il dito che indica e l’oggetto indicato e tra essi lo spazio. E’ importante che facciamo mente locale alle 3 componenti della scena: dito, spazio ed oggetto indicato. Soffermiamoci ad osservare l’oggetto indicato. Qualsiasi cosa stiamo indicando appartiene al mondo delle cose. Notiamo bene le fattezze, colore, forma, consistenza, le sue relazioni etc.
Ora spostiamo il dito al pavimento giusto prima dei nostri piedi.
Notiamo sempre come ci sia il dito, lo spazio ed il pavimento. Indicatore, spazio ed oggetto indicato. Notiamo le fattezze del pavimento, il colore, la forma delle piastrelle, se è piastrellato, la polvere, se c’è polvere, la lucentezza….. etc.
Ora puntiamo il dito alle nostre ginocchia. Vediamo come inesorabilmente ci sia il dito lo spazio e la cosa indicata. Notiamo la consistenza della cosa indicata. Il colore della stoffa dei nostri pantaloni o gonna, il tipo del vestiario che indossiamo, la forma morbida delle ginocchia …etc…
Continuiamo il nostro viaggio. Puntiamo il dito al nostro stomaco. Stiamo piano, piano risalendo alla nostra sorgente ma inevitabilmente lo spettacolo non cambia, nel senso che troviamo sempre il dito, lo spazio e la cosa indicata, cioè, in questo caso, il nostro stomaco. Soffermiamoci qualche secondo ad assaporare questa percezione perché tra poco lo spettacolo sarà diverso. Guardiamo il colore della stoffa dell’indumento che indossiamo, la forma dello stomaco, se è pronunciato o assente, le fattezze…etc
Saliamo ancora col dito, puntiamolo finalmente al nostro viso, al centro dei nostri occhi, puntiamolo a noi stessi. Guardiamo con sincerità…. Quello noi siamo! Non c’è più nessun oggetto indicato, ma c’è solo il dito sospeso nell’aria contornato dai vari oggetti che fanno da sfondo alla nostra visione. Come direbbe Douglas, la nostra mancanza di una testa, dove abbiamo sempre pensato che si trovasse, è un dato oggettivo ed incontrovertibile, almeno per coloro che vogliono attenersi alla loro esperienza diretta, perché quello è ciò che stiamo vedendo. Al posto della testa abbiamo trovato invece uno spazio vuoto ed immacolato che è fatto per contenere il mondo!

Dalla teoria alla pratica.
Quel “nulla” che abbiamo indicato con quel dito è esattamente ciò che siamo. Non un viso, non una testa, come siamo stati abituati a credere, ma uno spazio vuoto nel quale accogliamo quello che ci stà attorno. Questo è evidente, ad esempio, nei così detti: “faccia a faccia”. Se vediamo un talk show nel quale due persone si confrontano, la dicitura, “faccia a faccia” è, dal nostro punto di vista, appropriata, perché realmente vediamo due facce una di fronte all’altra. Ma questa evidenza varia se una delle due persone del confronto siamo noi. In quel caso, dicendo che stiamo partecipando ad un faccia a faccia, assumiamo la verità di qualcun altro, perché dal punto di vista nostro, cioè di noi che viviamo l’esperienza, il dato evidente e reale è che la faccia presente al talk show è una sola, quella cioè del nostro interlocutore. Noi siamo presenti, certo, ma non con una faccia o con una testa, siamo presenti con il solito spazio vuoto che accoglie dentro di se l’altro.
Cos’altro è quell’essere vuoti se non amore? Mi costa usare questa parola, mi costa perché è una parola bistrattata ed abusata all’infinito, ma dal punto di vista del nostro “essere puro vuoto”, forse quella parola può rinascere ed acquisire il suo senso originario, la sua reale dimensione. Svaniamo in continuazione in favore degli altri, li accogliamo e li conteniamo dentro di noi.
Le scritture, principalmente quelle indiane, ci hanno detto anche che la realizzazione è scoprire che “siamo il tutto”, che “siamo parte del tutto”….e probabilmente molti di noi hanno detto quelle parole, senza comprendere bene cosa questo implicasse, ma ecco che, se cogliamo quello che Douglas ci ha indicato, abbiamo anche la chiave di questo “essere il tutto”, perché il tutto è esattamente ciò che nell’evidenza, troviamo sopra le nostre spalle e, sempre in quel luogo, dove supponevamo esserci la testa, cioè la sede del cervello e quindi della mente, i nostri sensi trovano invece il mondo che ci circonda. Quell’esperienza, lo ribadisco, è un dato oggettivo, perché è ciò che percepiscono i nostri sensi e solo uno sforzo di interpretazione e di proiezione ci fa collocare incessantemente sopra le nostre spalle una testa ed un volto.
Sempre le scritture ci hanno parlato di unità della vita, dell’assenza di separazione e, probabilmente, anche questa è una frase che abbiamo ripetuto senza ben comprenderne il significato, ma se avete cancellato la vostra testa da sopra le vostre spalle e guardate qualsiasi cosa, potete vedere come quello che state guardando sia esattamente dove prima pensavate che ci fosse la vostra testa. Dov’è la separazione?
Qualcuno potrà obbiettare OK la mia testa non la vedo, ma se tocco con le mani la posso percepire ed allora confutiamo anche questa giusta obbiezione servendoci della nostra vista. Se alziamo il nostro braccio a toccare la nostra testa lo vedremo sparire, mano a mano si avvicina a quello spazio vuoto che inghiottirà, quanto meno la mano. Attenzione la vista vi è testimone, quello spazio si è divorato la mano. E’ un dato oggettivo, un addendum all’esperimento di prima che si può fare. Provate a toccarvi la testa, il cuoio capelluto con una mano, ad esempio, e dite a voi stessi cosa vedete. Al meglio un pezzo di braccio perché la mano si è persa in quel vuoto.
Le sensazioni tattili che la mano vi rimanda, al più, indicano la presenza in quella zona, di un grosso oggetto tondeggiante con varie sporgenze e superficie variamente rugosa o pelosa. Se per convenzione vogliamo chiamare questo agglomerato di materia testa, ci può anche stare, ma questo non ha nulla a che vedere con quanto vediamo sulle spalle delle altre persone, almeno nella nostra esperienza diretta. Dal punto di vista degli altri, certo la nostra testa è simile a quella di tutti, ma, e qui stà l’inghippo, non abdichiamo alla nostra esperienza diretta in favore dell’esperienza degli altri. Aderiamo e crediamo prima di tutto a ciò che ci dice la nostra esperienza.
So che non tutti realizzano quello che Douglas tenta di indicarci. Spessissimo le identificazioni ed i luoghi comuni sono così radicati che ci impediscono di cogliere l’ovvio perché, mentendo a quanto i nostri sensi ci trasmettono, la nostra mente crea la realtà come gli è stata inculcata al punto da stravolgere l’evidenza. Per chi invece ha “colto” questa semplice verità c’è ancora molto da fare. Ciò che abbiamo visto, (se l’abbiamo vista), è più simile della nostra probabile vecchia identificazione a ciò che siamo ma non è ancora ciò che siamo. Posso fare questa affermazione con arrogante certezza, perché il fatto che lo abbiamo visto certifica che c’è ancora un qualcuno, un “io” che ha fatto quell’esperienza e quindi “abbiamo visto ciò che siamo” ma “non siamo ancora ciò che siamo”, non siamo ancora noi stessi. Tuttavia possiamo lavorare, anche con gli insegnamenti di Ramana e di Nisargadatta, per fare diventare questa “percezione” sempre più evidente, piena e duratura, finché essa cesserà di essere un’esperienza e quella sarà realmente la fine della storia.

Ricapitolazione:

 – Piccolo manuale per orientarsi nella ricerca
– Ginnastica per scaldare i muscoli
– Inizio del viaggio
– Ramana Maharishi
– Nisargadatta Maharaj
– Torniamo in Occidente
– Cosa possiamo vedere di noi?
– Douglas E. Harding
– Esperimento

Fonte: http://www.riflessioni.it

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