L’ascolto di noi stessi, il silenzio e la metanoia

Al cospetto di noi stessi…

…incerti lungo il nostro cammino, cerchiamo un centro di gravità…che sia un nostro centro. Un centro interiore. Come si usa dire in alcune tradizioni antiche, un “centro stabile e permanente”, ossia un nucleo che permanga, che si mantenga costante durante la vita, e sussista alle variazioni emozionali.

Molte culture, che hanno mostrato grande saggezza e considerevoli conoscenze sulla vita e sulla morte, sostengono che l’essere umano deve costruire questo centro permanente; per ascoltare ed osservare, per essere, per avere autocoscienza nel corso dell’esistenza terrena.

Spesso , o quasi sempre, percepiamo noi stessi sulla base dell’opinione che gli altri mostrano di avere di noi. Difficilmente abbiamo la percezione cosciente di quello che siamo, di quello che è il nostro potenziale, senza i condizionamenti di ciò che ci circonda. Talvolta accade che, per reazione, c’identifichiamo in un’immagine costruita da noi stessi, e ci abbarbichiamo ad essa con tutte le nostre forze, disposti a combattere contro il mondo intero per sostenerla.

In questi casi capita che l’accanirsi di altre persone, nel volerci diversi, ottiene, come unico risultato, l’accentuarsi della nostra identificazione; per difesa. Sia che tentiamo di difendere la nostra personalità dagli attacchi esterni, sia che ci conformiamo plasmandoci come gli altri ci vogliono, siamo identificati in un’immagine di noi stessi, e non permaniamo nella consapevolezza autocosciente della nostra realtà, soffocata dalle apparenze.

Questo accade per un unico motivo: non conosciamo questa realtà; ossia, non conosciamo noi stessi. Ma per conoscere se stessi, occorre porsi alla ricerca di questo segreto inestimabile, l’unico capace di trasformare la nostra solitudine; una solitudine che cerchiamo incessantemente di riempire, creando sempre nuove illusioni.

Esiste però il modo per capovolgere tutto questo, esiste il modo per colmare quel vuoto, quel bisogno di fondo dell’essere umano. Quello che Raimon Panikkar definiva metanoia: l’unica possibilità per cominciare a produrre un ribaltamento della situazione. Non resta che  “fermarsi”, prendere atto consapevolmente che tutta quella necessità di identificarsi proviene dal tentativo di risolvere quel vuoto.

Nient’altro. Cominciare ad osservarsi e riconoscere, che non è più necessario raccontarsi delle storie,  non c’è più bisogno di decidere fermamente; accorgersi consapevolmente quando si cerca e soprattutto si vuole ottenere una risposta che ci gratifichi. Bisogna fermare il processo, arrestare il moto meccanico che nasconde i bisogni (le incessanti domande che necessitano sempre di una risposta) dietro a una fuga cieca in avanti, alla ricerca di qualcosa che “appaghi” o “nasconda” quel silenzioso interrogativo che ci angoscia.

Si può partire da un’osservazione critica della realtà: per esempio, «perché mi dimeno nel tempo? Perché cerco il tempo libero per riempirlo nuovamente? Perché vivo in funzione del futuro (della serata che mi aspetta, del week-end, delle vacanze estive, della ricerca dell’uomo – o della donna – ideale)? Perché mai, mi affanno a riempire tutti i vuoti, tutti i “silenzi”?».

Nella quiete dell’incertezza…

Spazio. Vuoto. Silenzio. Un silenzio che spaventa, un vuoto che sgomenta, una dimensione che non sappiamo gestire. Perché invece non fermarci in quel luogo dove può meravigliosamente accadere l’imponderabile, quella non prevista rivelazione di uno stato di coscienza mai provato, di un’emozione nuova, di un sentimento non velato dal passato. Fermarsi ad ascoltare significa arrestare il turbinare del girotondo che meccanicamente ruota incessante sul perno della visione condizionata; e noi, seduti sui cavalli in legno di questa vecchia giostra, vediamo la vita scorrere veloce, senza mai poter guardare veramente, ciò che, rapido, fluisce dinanzi ai nostri occhi.

La vita che passa e va. La nostra vita. L’unica. Mi fermo. Scendo dalla giostra. Per un breve momento, tutto gira attorno a me. Nulla è chiaro; per troppo tempo ho conosciuto unicamente il suo meccanico e circolare moto. Ho girato sempre in tondo, senza soluzione di continuità.

Nella ruota della vita inconsapevole, torniamo sempre al punto di partenza;  ora invece il mondo comincia a stabilizzarsi, e iniziamo a guardare più chiaramente. Possiamo per la prima volta osservare, e non solo veder sfrecciare gli eventi, senza mai poterli davvero comprendere.

“Per un’intera esistenza ho corso perché avevo paura di fermarmi; e più mi sentivo sola/o, più temevo la vita, più acceleravo il passo, riempiendo le mie giornate di apparenti interessi, di nuove identificazioni, di innumerevoli rumori.

“Tutto, pur di evitare il silenzio; quel silenzio nel quale posso ascoltare il suono del mio cuore pulsante, della mia natura, dei più celati desideri, di quei sentimenti sottili e delicati che sono solo miei.Miei. Emozioni mie. Non indotte, condizionate, cercate, adulterate. Soltanto – semplicemente, straordinariamente, teneramente – il fruscio appena udibile della mia anima. La mia vera natura”.

Allora, l’ascolto, l’osservazione potrebbe portare alla considerazione più realistica che, in realtà, «io non ho tempo» perché non so affatto quanto “durerò”, perché potrei morire tra un attimo o tra un giorno, o perdere la ragione, o tutto quello che credo di “avere”.

Se dovessimo ricordarci di respirare ogni volta, o ci fosse necessario controllare volontariamente i battiti cardiaci, non vivremmo più di qualche ora. Il nostro tempo è qualcosa che ci trascende: regolata da una sorta di orologio biologico e universale, la durata della nostra vita è una clessidra che si svuota, indipendentemente dai nostri pensieri e desideri. Possiamo solo modificare la velocità all’interno di questo tempo previsto.

La velocità, l’intensità, appartiene soltanto al momento presente, e dipende dallo stato di attenzione che l’individuo può esercitare nel corso dell’esperienza che vive. Il presente, in realtà, è tutto il tempo che abbiamo.

Se comprendo, dunque, che «non ho tempo», allora smetterò di cercare il tempo, smetterò di progettare un futuro che è solo proiezione di bisogni, sogno irreale per fuggire il vuoto che mi attanaglia.

“Allora mi fermo, e vivo quello che accade in questo preciso istante, l’unico momento reale che ho a disposizione. Fermo dunque la mente, smetto di cercare delle certezze, guardo la mia solitudine”.

Allora la mente, così immobile, non deve più dedicarsi alla costante costruzione di un pensiero per collegarsi a qualcosa o a qualcuno, e rimane disponibile per osservare, per vedere che dall’altra parte della solitudine esiste l’unità.

Non si tratta di credere o non credere in se stessi: questo non cambia le cose. Tutto si muove indipendentemente da ciò che noi crediamo di essere – il sole continua a tramontare ogni sera, la pioggia a cadere, il nostro stesso cuore a battere secondo un ritmo antico. Credere o meno in se stessi, non è che un altro modo di nascondere la solitudine: un’altra identificazione.

Così avviene la scoperta dell’illusione della solitudine. Comprendiamo che non siamo soli; non lo siamo mai stati. Paradossalmente, questo può accadere solo quando accettiamo il più profondo stato di solitudine.

Possiamo cercare di vivere senza speranze. La speranza uccide la verità. Le aspettative da noi nutrite, la speranza sono proiezioni del presente in un futuro che non esiste. Quando ci proiettiamo al di là di quest’unico momento (il nostro momento) dissolviamo ogni possibilità d’essere, nell’illusione dell’inesistente, e immancabilmente cessiamo di esistere. Non cessiamo di essere materialmente, ma come entità autocoscienti.

L’inizio della ricerca…

Possiamo scambiare un bastone per un serpente, e morirne di paura. Ma il bastone non smette d’esser quel che è sempre stato.

“Essere ciechi e sordi”, significa vivere nell’illusione delle opinioni; le opinioni che abbiamo di noi stessi, create in proprio o condizionate dagli altri.

“Ascoltare, osservare con puro sguardo”, vuol dire liberarsi dall’illusione, e permanere nella realtà, al di là delle considerazioni (mentali ed emotive) e delle apparenze.

Questo grande potenziale, la metanoia,  ossia la possibilità di guardare la natura del reale, si compie solo nel presente, nell’unico momento a nostra disposizione.

Guardo la solitudine, dunque; per accorgermi, in fondo, che essa non è nient’altro che un punto, un limite al di là del quale esiste uno spazio vergine, che non ho mai esplorato.

Se riesco, per esempio, a stare solo per un’ora, a guardare fermamente in faccia la mia solitudine, mi accorgo che sto comunque da qualche parte, che esisto indipendentemente dall’accettazione degli altri.

Sono così oltre il confine, mi sono aperto un territorio che è mio, libero dal bisogno di gratificare di compiacere.

A questo punto posso aprirmi anche agli altri, integro e padrone di me stesso, e se sono realmente “con” e “per” gli altri; “sono gli altri”, e posso costruire qualcosa che non ha più a che vedere con il bisogno di risposte di conferme… di certezze.

Ecco. Questa è la ricerca. È abituarsi al fatto che non si deve inseguire nessuna certezza, che non occorre cercare di trovarne, che non serve rispondere al bisogno più grande che abbiamo, creando semplicemente altri bisogni, e procedendo di identificazione in identificazione.

Alla base di tutto il nostro vuoto sta il bisogno di essere, la necessità di un’espressione completa di noi stessi. Possiamo raggiungerla solo se smettiamo di identificarci in qualcos’altro. Identificandoci, continuiamo a rinnovare l’illusione di ciò che non vive nel presente, e che non può neppure vivere nel futuro; perché il futuro… non esiste.

Quanto è difficile comprendere che la ricerca della sicurezza uccide la passione del vivere! Ma quanto è importante capirlo. È indispensabile. È vitale.

Cercare il solido terreno dove camminare, costruire il nostro futuro con meticolosa prudenza, mantenersi chiusi all’ignoto per attaccamento al noto: tutte queste cose impediscono il fluire libero dell’esistenza e aumentano inesorabilmente le paure che ci divorano. Nessuno può colmare la paura attraverso la protezione di se stesso.

Quando scopriamo un nuovo metodo per proteggerci dai ladri, questi imparano a scardinare la nostra illusione in breve tempo; e quando crediamo di avere raggiunto ciò che ci fa sentire più forti e certi di noi stessi, la vita ci riserba un imprevisto che fa crollare il nostro castello di sabbia. Possiamo costruire case antisismiche, ma non possiamo sentirci sicuri in esse, perché il terremoto di ieri non è uguale a quello di domani che, in un solo istante, sarà il nostro “qui ed ora”.

Liberiamoci dunque dalla schiavitù della sicurezza, che è un’illusione. Facciamolo adesso, non domani, perché il futuro non esiste, e non sappiamo quanto ci rimane per vivere realmente. Vivere una vita reale. Esserci!

La solitudine ci spaventa, perché ci rende insicuri. La solitudine consapevole, dissipa la paura del futuro, ancorandoci alla solidità del momento, e ci rende capaci di affrontare con libertà il nostro “qui ed ora”.

Per farlo, dobbiamo trovare il coraggio di guardare per una volta la verità. Fermarci, e osservare. Fare il vuoto delle considerazioni, delle opinioni, delle credenze condizionate, delle deboli fedi nate per coprire la paura, prima grande realtà di tutti gli esseri umani.

Siamo sgomenti dinanzi alla vastità dell’esistenza, dell’universo, di leggi naturali che perlopiù non comprendiamo e siamo incapaci di controllare. Temiamo tutto questo perché non lo conosciamo, e lo percepiamo istintivamente come una minaccia.

Abbiamo paura di quello che non possiamo governare. Così cerchiamo di esorcizzare la maestà della vita attraverso la scienza, la religione, le ideologie, le opinioni e le teorie nelle quali vogliamo credere ciecamente, per avere l’impressione di sapere, di potere, di controllare.

Tutto questo è finzione, e ce ne rendiamo conto ogni qualvolta la vita ci riserva quelle sorprese che sono al di fuori del nostro controllo. Può accadere in qualsiasi momento. La paura cessa se accettiamo di non aver bisogno di controllare, di governare, di imprigionare tutte quelle energie che sono in noi e fuori di noi, e che rappresentano il potere inarrestabile di un universo che ci affascina e ci spaventa nel contempo.

Se riusciamo a farlo , chiudendo gli occhi per un momento,  sappiamo percepire l’immensità che ci circonda, accettando d’essere un punto infinitesimale in questa vastità senza tempo; se soprattutto accettiamo di non aver bisogno di certezze e basi solide in cui credere… forse, allora, potremo sperimentare la meravigliosa esperienza di sentirci “uno” con quello che ci fa paura.

Uno con l’immensità. Uno con l’ignoto. Uno con noi stessi. Unici, fra le braccia di quella Madre Antica che è l’esistenza senza tempo. La nostra stessa vita.

Hindie il tantrika

In questi giorni di ordinaria follia, poche persone sono in grado di  rivoluzionare o addirittura capovolgere il consueto modo di pensare che ci viene caldamente propinato  e che ci tiene sempre più legati a vecchi schemi, obsolete visioni del mondo e della società. Di conseguenza, nonostante quello che apparentemente a noi sembra di saper comprendere, in realtà , tutte le nostre scelte sono programmaticamente pianificate  e ci vengono indotte con infiniti mezzi. Di ciò sempre più ne percepiamo la presenza: abbiamo numerosi presentimenti e segnali che ci fanno sentire come se fossimo fuori posto. Sentiamo che il concetto  di libertà (nostra e sacrosanta condizione di vita)  viene ogni giorno sempre più svuotato e  sempre meno considerata con rispetto l’esistenza del singolo.

Ho riflettutto per diverso tempo e sono giunto alla conclusione che al di la delle possibili evoluzioni o rivoluzioni più o meno lecite e pacifiste, l’unica via percorribile sia quella che transita all’interno del “cambiamento delle menti” o meglio definito dall’antica cultura greca Metanoia (*) Essa è la più adatta strategia ad un radicale cambiamento, a costo di tempi lunghi e di inevitabili ostacoli…

Ma cosa possiamo fare in senso pratico? Per poter agire in questo senso dobbiamo imparare con tutta la nostra creatività, con la nostra passione a guardare alle persone e alle cose con altro sguardo, dobbiamo avere il coraggio di  fare pulizia dai pregiudizi e dalle abitudini sclerotizzate. Proviamo da subito a pensare con la nostra testa ed a disabituarci a tutto quello che confezionato e “precotto” ci viene poposto… questa sarà la vera rivoluzione e se non riusciremo a vederne l’attuazione almeno avremo fatto qualche cosa per essere liberi e la  nostra vita assumerà  un’altro aspetto e un’altro fine; così da poter utilizzare nuovamente una parola,  che anche se  ormai povera di significato sarà rispolverata: condurre una vita con Onore, questo per definire questa Metanoia questa nuova esistenza. Nasciamo come persone con dei valori individuali e collettivi propri dell’essere umano  nobile e appunto valoroso, ma questi valori mano a mano ci vengono sottratti o alterati… Onore non significa orgoglio, ma bensì …dare valore alla propria esistenza, il che significa rispettare questa consapevolezza di se stessi e coltivare il rispetto per altri. Nel gesto di onorare si rende omaggio e si rispetta quella parte sacra della persona, di un’idea , di un cibo o di qualsiasi altra cosa, da quel momento la vita torna  ad assume un aspetto sacro, vero e perciò prezioso.

Impariamo a riconoscere il gesto di onorare.

(*) È impossibile comprendere a fondo cosa significhi lo straordinario concetto di metanoia, a meno che non si risalga alle sue origini greche. Metanoia richiede che una persona si stacchi dalla sua vita ordinaria e che le sue idee e i suoi sentimenti vecchi perdano il loro solito valore. L’esperienza di metanoia conduce a un nuovo significato e guida verso una nuova direzione. L’essere umano muore completamente al suo vecchio modo d’essere e, quando sperimenta l’esperienza di rinascita, diventa – letteralmente – una persona nuova.

buona vita

Franco H. Mignone il tantrika

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