Eric Baret – Darsàna – parte 1^

“Nessun percorso, nessun consiglio, nessuna progressione,.. solo la celebrazione costante di ciò che non poteva non essere! ” Eric Baret

Questo è quanto Eric Baret propone, quello che noi amiamo pronunciare come “La Rivelazione della Gioia” …quindi Buona Vita …      Franco H. il tantrika

Albisola Marina (Sv) Seminario Settembre 2011  (domande e risposte raccolte da Patrizia Sannino)

D: Avete detto che nella vita ci arriva solo ciò di cui abbiamo bisogno. Come comprendere perché ci è arrivata quella certa cosa, che si tratti di gioioso o doloroso?

E.B.: Nella vita ci accade solo ciò che ci è necessario.

Il perché è una fuga. Ciò che arriva è senza un perché. Il perché è un immaginario. Se gli si attribuisce una causa, questa causa a sua volta ha una causa, di causa in causa possiamo arrivare ad Adamo ed Eva senza avere la soluzione del problema.

Darsi totalmente  a ciò che si presenta.

Vedete che la gioia e la pena sono due interpretazioni della persona,  l’avvenimento è sempre neutro, è il vostro immaginario che lo rende meraviglioso o drammatico; il perché è una cattiva abitudine, una forma di superficialità.

Comprendere è un voler rimandare. Non c’è nulla da comprendere nella vita. C’è da vedere.

La visione è libera da qualunque comprensione perché la comprensione si riferisce sempre ad un’ideologia, ad una rappresentazione: il cristiano comprende, l’hindu comprende, il musulmano comprende, lo scienziato comprende. Ciascuno secondo il proprio pregiudizio.

Non potete fare altro che comprendere secondo il vostro proprio punto di vista.

Non avrete più bisogno di cercare una comprensione.

Non mi interessa capire niente. L’intensità non si trova li.

Dunque, quando vi date ad una situazione senza il benché minimo riferimento concettuale, vale a dire  lasciate  vivere  in voi pienamente la gioia o la pena, senza fabbricare nulla, senza giustificare nulla, senza criticare nulla, senza sapere…  è soltanto  in questo spazio che una chiarezza potrà farsi. Altrimenti la vostra comprensione sarà sempre relativa.

Ciò che comprendete oggi lo rimetterete in discussione domani

Per un bambino c’è una forma di giustificazione alla comprensione a condizione che non lo si porti a voler mettere l’accento sulla comprensione. Il cervello si forma attraverso la riflessione ma la riflessione ma la riflessione deve essere libera dall’intenzione.

Ad un certo momento, se non siete più un bambino, non avete più bisogno di comprendere; allora qualcosa d’altro si presenterà.

Non potete comprendere nulla di essenziale: non potete comprendere la bellezza, non potete comprendere l’amore, non potete comprendere la sofferenza, non potete comprendere la morte, non potete comprendere l’equilibrio.

Cos’è che potete davvero comprendere? Sono solo delle rappresentazioni.

Un po’ alla volta liberatevi da questi riferimenti. Tutto ciò che si presenta è da sentire non da comprendere.

Quando diventate pura sensorialità vedrete che tutti i vostri riferimenti sono messi in questione: pensare si ridurrà, la vibrazione e il silenzio aumenteranno nella vostra vita e avrete sempre più momenti in cui non vi situate in un meccanismo di comprensione. Semplicemente non vi situate più. A quel punto la vita è diversa. Non c’è  più positività o negatività: c’è intensità.

Questa intensità è silenzio, chiarezza.

E non è una chiarezza che fa riferimento ad un’oscurità; è una chiarezza che copre,  che incorona la chiarezza e l’oscurità. Questa chiarezza nell’arte tradizionale è a volte formulata come “comprensione” ma è una comprensione non oggettiva, è una comprensione senza nulla di compreso né una qualunque persona che comprenda.

Attenzione a non mescolare la comprensione in senso tradizionale con la comprensione mentale che si riferisce ad una situazione. La comprensione oggettiva si riferisce a qualcosa che poteva essere compreso. La comprensione tradizionale si riferisce a essere comprensione. Dove nulla è compreso.

D:Come possiamo mettere in relazione la dimensione umana con quella eterna? La nostra dimensione finita come può mettersi in relazione con ciò che è “al di là”?

 E.B.: Quando pre-sento il limite, in quel momento preciso pre-sento l’illimitato.

Altrimenti non potrei parlare di limite.

Il fatto stesso di porre una domanda su ciò che è finito indica il presentimento di ciò che è non-finito.

Bisogna lasciare vivere questo presentimento.

Ciò che chiamiamo “la morte” è una rappresentazione, è un punto di vista della vita. E’ generalmente una paura, è sempre una forma di ideologia:  per un cristiano, per un buddista, per un puro scienziato la morte è presa diversamente ma quando non vi situate in un riferimento ideologico a un certo punto è un concetto che non si presenta più perché anche il concetto di vita non si presenta più.

Concetti di vita e di morte sono una forma di semplificazione. Questi riferimenti concettuali saranno sostituiti da un’intensità tranquilla con la quale la vita diventa senza pensiero e la morte anche.

La persona è finita ma il vostro proprio spazio è senza limite.

E’ per questo che potete incontrare persone di tutti i paesi del mondo, guardare  dei capolavori di tutti i paesi del mondo, guardare tutti gli animali del mondo, sentire tutte le musiche del mondo…se approcciate queste esperienze senza commenti senza classificarle come positive o negative, simpatiche o antipatiche, ogni percezione alla fine vi conduce al vostro presentimento di infinito. Ogni pratica rituale che venga dalla Cina, dalla Corea, dall’India, dal Magreb o dall’Europa  fa si che l’accento non sia messo sulla pratica stessa  ma sull’essenza.

Questo vi fa presentire l’illimitato. Ma colui che mette l’accento sull’azione o sul pensiero si taglia, si separa da questa universalità.

L’azione senza attore è il cuore della pratica rituale. Qualunque sia la sua origine culturale.

Dovuta alla degenerazione dei tempi numerose arti rituali sono state riappropriate come strategia di divenire, come strategie di sviluppo, di sviluppo personale, ma queste forme di degenerazione non nascondono che l’origine di ogni pratica tradizionale è basata sul presentimento dell’infinità della vita e della relatività della persona.

Ma tutto dipende dall’accento che si mette, dall’accento che ha  pratica.

Non è unicamente dell’arte rituale. L’arte detta “profana” è nello stesso quadro perché la parola profana è un’invenzione del mondo profano.

Dal punto di vista della vita tradizionale non c’è nulla di profano.

La vostra attività sociale, economica, familiare è altrettanto rituale, altrettanto sacra che  un’arte rituale in quanto tale.

È  unicamente dal Rinascimento  che l’arte profana ha preso il suo valore ma non c’è attività profana.

Ciò che è profano è prendersi per l’attore. Ciò che è sacro realizza la propria inesistenza.

Ogni attività senza attore, vi porta all’universalità. Che si tratti di dare un biberon a un bebè o di tagliare a pezzi un maiale o di parcheggiare la vostra auto. Lo spazio è lo stesso ed è questo spazio che è importante.

 (segue)

 *****

“Sii liberamente rivelato di assumere, come attore, qualunque ruolo: veglia, sogno, sonno profondo. Ma in verità, non assumere alcun ruolo…come il resto, anche il concetto di liberazione si rivela come relativo..” Abhinavagupta


corps-de-vibration

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