Eric Baret – Darsàna – parte 2^

 “Lo scopo dello yoga è farvi capire che il corpo è in voi, voi non siete nel corpo. La sensazione è in voi, voi non siete nella sensazione. All’inizio è un’idea filosofica, poi diventa la vostra esperienza diretta. Essere senza richiesta, eccolo yoga. Essere senza progetto, ecco il grande progetto!Eric Baret
con questo secondo articolo concludiamo la traduzione delle conversazioni tenute  nella prima parte da Eric Baret durate il seminario yoga dello scorso settembre 2011… permettendo così di procedere con le nostre riflessioni …      Franco H. il tantrika

Albisola Marina (Sv) Seminario Settembre 2011  (domande e risposte raccolte da Patrizia Sannino)

D: Kapalabhati e bastrika dove ci portano?

R: Quando praticate per un tempo rituale con precisione in maniera giusta, vale a dire con un’uguaglianza perfetta e con un ritmo inamovibile questi esercizi vi portano a una riduzione dei riferimenti al passato.

D: Può dirci qualcosa su corpo energetico e corpo sottile?

 R: Ciò che si chiama corpo è un rappresentazione. Lo schema corporeo si crea assai presto nella vita. Quando sentite il vostro corpo, ciò che sentite in realtà è questo schema.

Una parte dell’esplorazione dello yoga è volta al disfare, al de-costruire questo schema.

Dunque quello che chiamo “il mio corpo” si riferisce a questo schema.

È un riferimento.

Il riferimento a questo schema, che certi chiamano corpo energetico o corpo sottile, si riferisce ad un corpo non schematico, non limitato dalla paura, non limitato dai riferimenti al passato o al futuro… eccetera.

Dunque il corpo energetico, se impiegate questo termine, è il “sentito” il corpo libero dalla memoria.

È ancora una forma di schema,  uno schema più sottile.

Per contro a un certo punto si può sentire questo corpo energetico indipendentemente dalla struttura detta fisiologica; si possono praticare le pose unicamente tramite il corpo energetico e ciò mette in discussione lo schema corporeo.

La nozione di pesantezza di densità, di localizzazione vengono rimesse in discussione tramite il sentire il corpo energetico.

Ma bisogna che rimanga un sentire per evitare di farne delle teorie, una struttura, una rappresentazione, come è stata fatta nelle scuole di yoga dove gli insegnamenti cosìddetti spirituali insegnano una forma di teoria del corpo energetico, una teoria del tutto arbitraria generalmente basata su cattive traduzioni dal sanscrito e su testi assai tardivi.

E tutto questo è inutile.

Dunque quando fate una posa, il sentire si riferisce al corpo non schematico: questo sentire è soffocato dalla tensione muscolare che viene dalla paura e dall’intenzione ed è per questo che bisogna spingersi assai poco nelle pose perché se spingete una posa corporalmente voi stimolate lo schema corporeo. Potete fare una posa molto decorativa ma anziché liberarvi di un ingombro, voi strutturate i vostri ingombri.

Viceversa quando si lavora tramite il sentire e si mantiene questa sensazione di corpo vuoto, corpo vacante, è questo corpo vuoto che prende la posa e ci si ferma nel momento stesso in cui appare anche il minimo schema di tensione, allora questo lavoro vi libera da una quantità  di problemi: l’affettività, l’emotività sono normalmente attenuate da questo lavoro.

D: Ci può parlare della grazia?

R: Quando smetto di pretendere di essere un’entità personale, quando smetto di pretendere di avere un passato o un futuro, questa comprensione è quello che si chiama la grazia.

Perché non è una comprensione personale. È la persona che è compresa. Perché la persona non può mai capire. L’ego è visto, l’ego non può mai vedere. La visione dell’ego è la grazie. Vedere il proprio funzionamento. Liberi da qualunque dinamismo di voler cambiare.

D: Ma questa  risonanza, può esserci o non esserci, anche con un amico, con un cane o un maestro?

R: Assolutamente.

Ciò che è importante è comprendere la non  causalità e per avvicinarsi a questa evidenza che la parola grazia è impiegata. La grazia non è meritata. Non arriva in seguito a qualunque attività è liberamente accordata. È la libertà suprema della coscienza. Dunque colui che cerca un maestro deve avere sovente l’impressione che questo maestro abbia il potere di portarlo a qualcosa, dunque questa persona visualizza la vita in una maniera causale: è in questo senso che la prima formulazione è stata impiegata.

Non c’è nulla che possa portarvi a voi stesso perché non siete un oggetto e nessuna situazione può portarvi al fatto di divenire non oggettivo; dunque l’incontro con un maestro nel senso tradizionale non mette l’accento sul maestro ma sullo spazio che voi sentite.

Per lungo tempo, per mancanza di chiarezza voi attribuite questo spazio alla presenza del maestro. Se il maestro è tradizionale, vale a dire che non si prende per un maestro, il suo insegnamento sarà di farvi capire che ciò che vi sembra di sentire con lui non viene da lui ma è il vostro proprio spazio Ma come, insieme a lui, avete questa forma di disponibilità, è in questa disponibilità che questo spazio si rivela. Ma questo spazio non vi viene da lui, viene da voi quando siete disponibile.

Quando leggete un testo spirituale o se incontrate un maestro in oriente mettete l’accento sullo spazio, non sul testo, non sul maestro.

Il testo parla della vostra stessa libertà, il maestro parla della vostra propria libertà. Per questa non avete bisogno né di testo né di maestro, salvo di ciò che si presenta nell’istante.

D: quando ci chiedete di fare un movimento sensuale, a cosa si riferisce?

R: A un movimento che non è spezzettato, che non è a tratti ma è come olio che cola, senza inizio e senza fine.

È in questo senso.

Potete tranquillamente togliere l’immaginario romantico del termine.

D: Quando non riceviamo indicazioni specifiche sulla respirazione da tenere durante i gesti, nel corso della pratica, come è bene procedere? Seguiamo la mancanza di indicazioni o dobbiamo fare altre cose?

R: Non si possono dire continuamente le stesse cose.

Nella sequenza, nella seduta, ripetete più volte le stesse cose: vi si dice diverse volte che il respiro è sempre filtrato nella gola; che l’inizio e la fine dell’inspiro, l’inizio e la fine dell’espiro sono uguali; che quando si inspira si riempie lo spazio tra il busto e il muro davanti: quando si inspira dal pavimento al soffitto e quando si espira, dal soffitto al pavimento.

Quando fate sette/dieci posizioni nella sequenza, non lo ripetiamo per forza ad ogni movimento, dunque è a voi capire che quando c’è un nuovo elemento di formulato sul respiro è che tutto ciò che era formulato precedentemente è ancora giusto, ancora valido.

È un po’ come quando seguite delle segnalazioni sulla strada: vedete una freccia che dà una direzione, finché non appare un’altra freccia che vi indica di girare a destra o sinistra voi continuate nella direzione precedente, anche se non c’è una freccia che vi indica di continuare.

È un po’ la stessa cosa.

Indipendentemente da questo, voi avete acquisito una certa tecnica che vi può permettere di variare l’accento secondo quello che è stato formulato

Si comincia sempre la posa a vuoto, con la cintura addominale rientrata, e si ritorna dalla posizione allo stesso modo. Per un certo tempo.

In seguito ci saranno degli elementi che contraddiranno questi primi elementi.

Se non avete delle evidenze tecniche dovrete seguire quella che è stata l’ultima formulazione.

 Grazie per aver partecipato.

-oOo-

“Di momento in momento, vi rendete conto che siete costantemente nella tecnica, che cercate di avere una vita riuscita. Eric Baret

corps-de-silence

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