Eric Baret – “L’unico desiderio”: recensione di Gioia Lussana

Il testo che proponiamo oggi, tratto dall’ultimo libro di Eric Baret, è un’approfondita riflessione  e recensione di Gioia Lussana (*) sull’insegnamento dello Yoga tantrico nella tradizione shivaita del Kashmir, proposto appunto da Eric Baret. Ringraziamo Gioia per averci concesso di pubblicarlo integralmente.

Nell’intento di condividere e diffondere l’insegnamento di Eric Baret auguriamo  a tutti una buona lettura e soprattutto Buona Vita …     Patrizia Sannino e Franco H. Mignone

In modo molto diretto e usando un linguaggio originale, ma poetico e accessibile alla mentalità e alla cultura occidentale, Baret ci fa comprendere il messaggio del tantrismo dell’India tradizionale: tutto è già perfetto, non c’è niente da dover raggiungere o modificare, tutto va solo scoperto aprendo la sensibilità, facendo spazio alla disponibilità. La via maestra è il sentire, ciò che è incomprensibile per il pensiero o inesprimibile per la parola, lo si può sentire. Dapprima si sente ciò che è denso, contratto, dolente. Si segue attraverso l’approccio sensoriale il movimento della vita fino a toccare la base quieta, lo sfondo dell’esistenza che è precluso ad una mente acquisitiva. Questo dare spazio al sentire seguendone senza preclusioni l’evoluzione è la via dello yoga, l’arte dello yoga e se diventiamo puro ascolto le sensazioni si rivelano per quello che sono: un mondo complesso, variegato e sconosciuto. Niente è più noioso o scontato. Tutto è sempre nuovo e materiale di indagine. Un’intera vita è solo l’inizio di questa ricerca senza movente, senza intenzione, che non vuole arrivare da nessuna parte.

Spesso l’approccio a “vedana”, la sensazione, viene imbrigliato, ad esempio nell’indagine buddhista, nelle tre categorie di piacevole, spiacevole o neutro, precludendo al ricercatore di conoscere la ricchezza immensa, la vita della sensazione non imbrigliata in categorie di piacere/dispiacere. Baret privilegia senz’altro l’indagine libera e mi fa venire in mente quando lessi tanti anni fa nel Divano occidentale-orientale una frase di Goethe che mi affascinò per anni e tutt’ora è per me un riferimento. Scrivendo della Natura Goethe afferma: “ Ella è la stessa frivolezza, ma non per noi che la consideriamo qualcosa di troppo importante…” La natura è frivola perché non è unidirezionale o mono-progettuale come il nostro ego. E’ libera e la sensazione è anch’essa fondamentalmente libera. Perciò possiamo imparare molte cose seguendo il suo dispiegarsi all’interno del corpo senza volerla definire, possedere o modificare.

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Altro punto: Baret parla di approccio funzionale alla vita: far fronte alla realtà che una situazione ci chiede in modo istantaneo e diretto, senza frapporre in mezzo il tempo della psicologia o della filosofia. Se non frapponiamo l’interpretazione o il commento psicologico, ogni esperienza è un’indagine libera nel sentito: siamo chiamati dall’esperienza e immediatamente instauriamo con essa un rapporto funzionale.
L’arte della tradizione tantrica kashmira è far fronte a quello che si presenta, comunque esso sia, senza chiedersi perché, interessati, appassionati solo a questa relazione. La concretezza di questo ‘legame con le cose’ ci porta alla scoperta della gioia vera.
Nell’approccio funzionale non c’è posto per l’ affettività colorata psicologicamente o per il romanticismo, ma c’è la possibilità di scoprire davvero che cos’è l’amore.

L’amore non ha niente a che vedere con il bisogno di amare e di essere amati che impronta ordinariamente tutta la nostra vita affettiva; fondamentalmente non è un bisogno. E’ la disponibilità che fa nascere l’amore, è la gioia di sentirci connessi con qualcuno o qualche cosa. E’ un moto spontaneo e gratuito del cuore, non vuole nulla, non ha un progetto. L’amore è una forma di autonomia: non domandare più niente per sé, ma dare, amare, comprendere. Questa è la bellezza dell’amore e l’essenza della gioia. Potremmo affermare con Baret che in questa disponibilità ad accogliere il mondo è il significato più profondo del tantra.

La vera felicità non dipende quindi dalle cose, ma dal rapporto che instauro con le cose istantaneamente, senza residui affettivi, prima che si instauri una dinamica psicologica con esse. In questa relazione con le cose scopriamo che tutto è gioia, che la gioia vera non ha causa ma è la vita stessa, è sentirci connessi alla vita, qualsiasi cosa la vita ci presenti. Scoprendo questa connessione scopriamo che la gioia è la natura dell’esistenza, il suo manifestarsi liberamente e noi possiamo immergerci in questa gioia nell’indagine sensoriale libera, dove niente è nuovo, ma tutto può essere fresco e fonte di meraviglia. Profondamente, tutto si fa solo per la gioia di farlo.

Il desiderio in questo contesto acquista un significato molto interessante: niente possiamo decidere, tutto accade, come la primavera, come il carattere di mia moglie e allora non c’è più desiderio e soddisfazione del desiderio, c’è azione nel far fronte a ciò che si presenta senza scelta e a poco a poco, à un moment donné, scopriamo di desiderare esattamente quello che c’è.

Il nostro tentativo di ottenere questo o quello non è che nostalgia del silenzio, dell’assenza di desiderio. Questo silenzio non è qualcosa che può essere ricercato, è qualcosa che si rivela da se stesso al momento opportuno. In questo contesto cambia l’essenza stessa del desiderio: desiderio è ciò che c’è, sono le cose che chiamano noi non più noi che desideriamo le cose. Faccio fronte e amo ciò che la vita mi presenta. Tutto il resto è immaginazione e mi interessa sempre meno. In questa chiave il desiderio diventa rasa, il gusto di celebrare l’esistenza, un’innamoramento senza oggetto.

 Nella tradizione dello shivaismo del Kashmir è “spanda”, il movimento stesso della vita, un’emozione non affettiva, psicologicamente neutra e tattilmente infinita, proprio perché libera dal dovere possedere o essere soddisfatta da alcunché. Lo Yoga, come l’esperienza della meditazione, è dunque per Baret essenzialmente un’arte, come lo sono la musica, la danza, la poesia e come tutte le arti richiede una dedizione assoluta, una passione un’intensità assoluta. Come per tutte le arti è già potenzialmente presente in noi prima di esprimersi in un’attività specifica. E’ l’esplorazione libera del corpo e della mente che si presenta naturalmente nei momenti di tranquillità. Ma non vuole acquisire o accumulare qualcosa, è piuttosto uno stato di ammirazione, meraviglia, di gioia.

Questa ammirazione della sensibilità e delle impensabili possibilità sensoriali a poco a poco lascia il posto ad una ammirazione senza oggetto. Voi dimenticate ciò che ammirate. Non c’è più posto che colui che ammira. La luce dell’ammirazione brucia tutte le forme. Noi non siamo che questo. In questo senso lo Yoga è un rito: usa l’approccio sensoriale alla vita, ma non è un fatto fisico. E’ l’arte sottile dell’ascolto aprendosi all’accoglienza di ciò che si presenta a questo ascolto, e se ascoltiamo davvero, tutto è interessante e niente è estraneo. La bellezza può essere scoperta in ogni situazione, per la semplice gioia di ascoltare.
Non è il mondo che deve ascoltarmi, sta a me ascoltare il mondo. Quando ascolto il mondo, c’è una risonanza. La vita è yoga. Vostra moglie, marito, figli, fratelli, il vostro lavoro, il vostro corpo: ecco lo yoga….. Praticare yoga vuol dire essere gioiosi…
una gioia che non viene dalle circostanze, ma dalla disponibilità ad accoglierle.

Ecco perché è benefico essere attratti dallo yoga. E’ una grazia. Vi piove addosso. Non avete in questo alcun ruolo. Interessante, nel contesto della tradizione kashmira, che cosa Baret intende per tranquillità o silenzio. “Shanta” è la base, l’origine di tutte le emozioni, lo sfondo tranquillo dell’esistenza, di tutto ciò che vive. Il riposo è la natura ultima di ogni cosa: questo è facilmente esperibile nell’esplorazione della sensibilità corporea ad opera dello yoga. Il corpo viene sperimentato come densità, contrazione, nodo, dolore. Ma se si segue con attenzione non interferente il naturale evolversi di una sensazione siffatta, essa naturalmente si scioglie in spazio, silenzio. Questo processo nello shivaismo kashmiro viene denominato tecnicamente “samhriti” o “samhara”, riassorbimento. Non richiede uno sforzo il raggiungimento della pace, è il naturale evolversi dello sforzo. E l’ultima porta prima del silenzio è il respiro. In particolare le due pause respiratorie, dopo l’inspirazione e dopo l’espirazione acquisteranno via via maggiore pregnanza. E soprattutto “kumbhaka” a polmoni vuoti si andrà delineando come lo sfondo di silenzio che invera le altre tre fasi respiratorie: esse affondano le loro radici in questo sfondo. Nell’arte regale del “pranayama” il respiro scompare, rimane un sentire, non più il nostro respiro personale, ma il respiro cosmico, la vita stessa. Imparando a prendere dimora in questo sfondo silenzioso, impariamo a respirare la vita, a sentirla profondamente attraverso le sue varie manifestazioni. Gioia Lussana.

Fiamma respiro

“Tutte le cose gettate nel fuoco che brucia in seno alla propria coscienza abbandonano ogni differenziazione alimentando la sua fiamma con la loro energia. Quando la natura delle cose è dissolta da questa violenta cottura, le divinità della coscienza gustano l’universo trasformato in nettare. Appagate, esse si identificano con Bhairava, firmamento della Coscienza, Dio che dimora nel Cuore, Lui, la pienezza.” (Abhinavagupta Tantrāloka)

 *****

 (*) Gioia Lussana laureata in Indologia con Raniero Gnoli  con una tesi di filosofia sul tantrismo shivaita kashmiro, tiene regolari corsi di yoga a Roma con l’università Popolare (Upter) ed è insegnante nella scuola di formazione dell’Upter per insegnanti yoga. Membro dell’associazione insegnanti Yoga YANI. Collabora con la pubblicazione di articoli alla rivista di spiritualità Appunti di Viaggio.

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