Conversazione immaginaria sullo Yoga

Se tu mi domandassi:

“Perché trascorri tanto tempo, da tanto tempo, a praticare yoga? Cosa provi, cosa senti, durante la tua pratica? Cosa ti fa così bene? “

La prima risposta, la più spontanea, sarebbe un silenzioso e lungo sorriso mentre i miei occhi abbraccerebbero i tuoi.

Ma visto che le umane creature della nostra epoca hanno un comune denominatore: la dipendenza dalla “parola”, con la parola cercherei di risponderti premettendo che lo Yoga è una materia che difficilmente si può conoscere se non viene praticata.

Così, in questa conversazione immaginaria userò questo veicolo: la parola scritta. Inizierei invitandoti a considerare che in questo modo stiamo semplicemente tentando un approccio. Un approccio non proprio adatto allo yoga che è, per sua natura, semplicemente: ESPERIENZA!

Nell’aprire la porta delle parole, ricercando l’essenza delle mie ragioni, lascerei scorrere il mio sentire.

Lo Yoga è un’esperienza nella quale prima di tutto ci si esercita imparando ad ascoltarsi, a percepire il corpo e le innumerevoli sfaccettature del nostro “essere presenti”.

Lo yoga, per me, è stato l’ incontro determinante con la magia dell’esistere, iniziato in un difficile periodo della mia vita. Il primo regalo che ho ricevuto è stato il miglioramento dei miei problemi di salute. Ho sentito a poco a poco il mio corpo diventare più elastico, più resistente. Questo miglioramento del livello corporeo ha dato spazio ad un naturale e progressivo riequilibrio generale.

Con il passare del tempo, approfondire le conoscenze filosofiche di questa Via mi ha portato a sentire che “tutto è connesso” e che tutti siamo connessi al tutto.

Che le verità più importanti della Vita sono nella semplicità.

Che la Vita è essenzialità.

Ho compreso il profondo significato di concetti come: consapevolezza, presenza, quiete interiore e che la consapevolezza è il fattore determinante della nascita di un’arte.

Lo Yoga è un’Arte. Insieme alla tranquilla contemplazione.

Ho percepito la magnificenza e la profondità del Silenzio e dell’abbandono. –

Fatta questa premessa espanderei la risposta citando il secondo sutra del primo libro degli Yogasutra di Patanjali (sutra= aforismi- IIa.C. al V d.C.) colui che raccolse e codificò in forma scritta la tradizione tramandata fino ad allora, da maestro a discepolo.

 “Yoga citta vrtti nirodha”: lo yoga è la sospensione delle turbolenze della mente (*)

il sutra successivo prosegue:

quando ciò si è realizzato, la consapevolezza riposa nella sua natura essenziale

 Questo sta a significare che c’è un altro stato di coscienza più profondo, che può condurci ad esprimere la nostra vera natura.

Quando l’energia del “vedere” e del “sentire” si è purificata dal turbinio dei pensieri, cioè l’osservazione si è purificata dai condizionamenti, dalle abitudini, dalle reazioni alla quotidianità, dalle aspettative, dagli automatismi…. allora ciò che si esprime è la nostra vera natura. Allora la consapevolezza ci porta a “vedere” il movimento dei sensi, delle emozioni, dei pensieri.

“Questa ferma padronanza dei sensi

la chiamano Yoga.

L’uomo allora non è più turbato:

Yoga infatti è principio di una nuova vita

e fine dei turbamenti determinati dal mondo esterno” (Katha Upanishad)

E se tu mi chiedessi che cos’è lo Yoga? Inizierei a precisare cosa lo Yoga non è.

Risponderei che non è una ginnastica. Non è acrobaticità fine a se stessa. Tutte le pose guidano il corpo al raggiungimento di una comodità insieme ad una fermezza, allo scoprire l’equilibrio tra i due opposti: comodità e tenuta. Nella pratica non c’è un progetto, né intenzioni, non c’è competizione con se stessi. Non c’è il bisogno di apparire corretto né giusto, non c’è il confronto con i compagni né con l’insegnante.

Lo Yoga non è un cammino orientato verso il “fuori” bensì verso il “dentro”. Non è un “fare” che ci conduce a diventare grandi (sarebbe solo un’espansione dell’ego) ma piuttosto ad aspirare a ritornare piccoli, spogliandoci di ciò che è sovrastruttura: limiti, paure, condizionamenti.

 E, sempre cercando di rispondere alla tua domanda, proseguirei spiegandoti: cos’è lo Yoga!

Lo Yoga è uno dei sei Darshana, o vie di autorealizzazione dell’universo India.

Interi trattati sono stati scritti sullo Yoga e probabilmente l’argomento non sarà mai esaurito, tanta è la vastità e tanti sono i suoi possibili approcci.

Qualcuno ha detto che esistono tanti tipi di yoga quanti sono i praticanti. Ognuno di noi è lo yoga che sta praticando ed è l’espressione della propria esperienza.

Al di là di ogni forma di comprensione mentale o fisica lo yoga è solo ed unicamente: esperienza!

Il suo significato, deriva dalla radice sanscrita YuJ, è tradotto in almeno quindici modi diversi, tra cui: giogo, unire, soggiogare, unione dell’anima individuale con l’anima universale.

Unire.

Quindi unione è il primo termine che potremmo usare per definire questa Via, questa tradizione, questa filosofia che incarna un profondo percorso umano, di conoscenza ed evoluzione che non ha subìto i danni del tempo ma, al contrario, è un perenne veicolo di meraviglia del sentire, comprendere, accettare, conoscere.

La pratica si manifesta nel suo significato, nel significato del termine yoga: nell’unione. Unione nel cammino verso la mèta di conoscenza di sé, verso la scoperta di quel “campo” comune, quello spazio in cui ci si scopre leggeri e puliti nel corpo come nella mente, ed è in quello stato di profonda leggerezza che si realizza l’unione del corpo e della mente. Ed è uno stato che incredibilmente può realizzarsi in pochi minuti, semplicemente affidandosi alla persona che conduce l’incontro. Ed ecco realizzarsi anche l’unione tra gli uomini.

Proseguendo,  per concludere la nostra conversazione, lascerei parlare il cuore.

Con trasporto esprimerei: “l’esperienza dello Yoga è incontrare la magnificenza dell’Esistere, nella sua semplicità.”

È unione a molti livelli: tra corpo, respiro e pensiero, tra il corpo e lo spirito, tra i sensi percettivi e la manifestazione del sesto senso, il fluido emergere e scorrere delle energie vitali.

Unire il corpo e la mente, il livello grossolano a quello sottile, per arrivare infine ad unire l’anima individuale all’anima universale.

La maggior parte delle persone non è in contatto, non percepisce i ritmi né le sensazioni del proprio corpo e l’accelerazione continua della vita, conduce tutti noi ad una completa e continua discontinuità che io definisco: frammentazione e dispersione. Questo è il contrario della coscienza poiché è superficialità. Questo porta ad un continuo delegare, ad un lasciarsi trasportare dai sensi e dai desideri, e ciò crea una lunga serie di problemi facilmente riscontrabili.

Il ritmo del nostro corpo è, per sua natura, lento ed è in gran parte involontario. La maggior parte dei nostri organi, delle nostre funzioni, sono tutti interdipendenti. Formano un’unità. Un’unità dal ritmo estremamente lento; ma la nostra mente si è separata da questo ritmo organico. Si è notevolmente accelerata a causa degli automatismi e dei meccanismi apparentemente necessari nella quotidianità. Questa velocità mentale trasporta incessanti pensieri che ci separano dalla percezione del corpo e delle sue necessità. Il ritmo del mentale è assai superiore a quello fisico e seguire i pensieri porta a violentare il corpo, squilibra il nostro circuito neurofisiologico per cui non troviamo più pace. Lo yoga propone il recupero delle capacità che ciascun uomo possiede, propone l’ascolto del corpo, il rallentare l’azione, sospendere la parola, tornare alla naturalezza del respiro. Propone il contrario della dispersione, orienta al risveglio, l’affinamento e l’espandersi della coscienza, in un sentire più libero.

Propone il ritorno ad uno sguardo chiaro verso la vita, verso ogni espressione della vita.

“Il Maestro è la vita” come ci insegna Eric Baret. Ascoltare la vita affinando quel puro sguardo consente l’aprirsi di immensi portali di quiete. Di profonda, nutriente e rigenerante quiete. L’ascolto e la quiete sono le fondamenta del nostro essere. E’ come costruire una casa: bisogna occuparsi con grande attenzione delle fondamenta non dei quadri del soggiorno. Questo aprire lo spazio per l’ascolto conduce alla percezione del corpo, al liberarsi del corpo e del respiro. Un movimento acquista la sua naturalezza se lo si ascolta, ed un respiro profondo ritrova la sua libertà di espansione e di ritrazione, senza scopo, senza aspettativa, senza progetto. Per il puro piacere di fare un’esperienza. Allora la mente potrà permettersi di sospendere l’affanno dei pensieri e ciò che nascerà sarà quello s p a z i o   in cui potrà essere deposto qualcosa. In quello spazio potrà manifestarsi la quiete. Nella quiete emergerà la presenza.

Questa trasmissione orale e personale è logica

Non si può trasmettere lo Yoga che in questo modo

per una ragione molto semplice

lo Yoga essenzialmente non è una conoscenza

non è una forma

una formula o una tecnica che noi possiamo “imparare”

L o   Y o g a   è   u n o   s t a t o

Dobbiamo abbandonare i nostri abituali mezzi di riflessione

le nostre speculazioni

perché questo stato

non possiamo che viverlo

che sperimentarlo

Non possiamo insegnarlo

possiamo solo trasmetterlo

Colui che ha fatto l’esperienza può

per la sua attitudine

per la giustezza delle sue parole

indurre un’esperienza

Per questo non può né scrivere

né insegnare

non può che stabilire un tipo di relazione con la persona

che manifesta un interesse per questa esperienza

Yoga

        lo ripeto

                  non è solo una conoscenza

                                       è l’esperienza di uno stato

di uno stato di unità  (Gerard Blitz)

Caro lettore, se tu mi domandassi di scrivere una poesia per raccontarti l’intensità che si manifesta nell’esperienza di questo cammino, l’intensità nella Via dello Yoga, riceveresti questa:

DSCN3094

Lo splendore d’Essere, nel sentire.

 Senza cercare pensieri

senza ambire a risultati, figli della ragione

e del limite.

Tutt’al più lascio che un pulsare

di poesia – inaspettato –

mi porti ad illuminare d’immenso.

 Ascoltare la poesia

d’un torace coraggioso

la forza d’una colonna d’elastico arcobaleno

di una mano che – finalmente – respira

d’un braccio leggero che galleggia nello spazio

dell’inchinarsi del corpo – veramente – a se stesso.

 E la tecnica? L’incontro con meravigliosi giochi…

colare nella chiara percezione

per scoprire nell’anatomia

l’intenso scorrere delle necessità.

 Agganciarmi ad un lembo di respiro che riporta qui.

Qui nell’istante.

Qui ed ora.

Nell’aprirsi della leggerezza

in unione con cirri di nuvole, spazio, albero, gatto, io.

(e gambe spalle appoggi diaframmi torace …)

 Sentire la vastità nutriente della Madre Terra

nell’unione eterna e vivida

con l’immenso Padre Cielo

perché – davvero – non c’è separazione.

 Le pareti del luogo dove pratico

sono solo immagini – rappresentazione – dell’edificio

parte dell’infinito universo.

Senza tempo.

 Quello che mi ha folgorato è stato

un linguaggio che va dritto al sentire

che mi illumina lì dove mi trovo. Brivido di presenza.

 

Con il cuore ringrazio

Eric Baret e Stefania Redini per l’intensità del cammino

Cristina Mascherpa per la guida poetica dell’espressione verbale della nostra esperienza

Tutti coloro con cui ho condiviso questo cammino di Vita

Patrizia

note: (*)

nirodha: arresto, sospensione, cessazione, integrazione, stabilità

vrtti: modelli, dispersioni, turbolenze, fluttuante, instabile, mulinelli, modificazioni

citta: l’io, le emozioni, il pensiero, la mente

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...