Mauna il silenzio interiore

Il silenzio, la quiete, la pace sono alcuni sinonimi che indicano uno stato, una dimensione dell’essere per me simile ad un oceano di pace immensamente sconfinato e profondo. Nella filosofia dello yoga il silenzio viene prettamente inteso come silenzio interiore, il silenzio evocato; in sanscrito è detto Mauna ed è la parte essenziale della pratica di meditazione: dhyana.

Al di là dei significati o di ciò che potrebbe essere detto parlando del silenzio nella quotidianità, nello scorrere della vita di tutti i giorni, cercherò di descrivere quale fu il mio primo incontro consapevole con l’intensità del silenzio: fu una delle più profonde esperienze del mio cammino yogico.

Questo avvenne un giorno durante la frequentazione della scuola di formazione per insegnanti, quando, verso il termine della giornata, dopo aver effettuato una lunga serie di asana e successivamente un pranayama, fummo condotti verso una pratica meditativa. Quando l’insegnante terminò le indicazioni verbali, il silenzio scese nella palestra. Nell’immobilità della posizione seduta, la percezione del mio corpo attraverso i sensi entrò in una sorta di sospensione, fu quel silenzio, espanso e denso, l’anticamera della mia prima esperienza. Percepii un’assenza del corpo fisico, come se non esistesse più. La forma materica e i suoi confini non erano più così definiti; non soltanto il corpo era svanito ma anche tutto ciò che mi circondava: gli oggetti, il pavimento, i muri, i compagni. In quegli istanti fu come se il tempo si fermasse, ma in realtà fu come se il tempo non esistesse. La mia percezione fu quella di uno stato in cui il tempo era come dilatato ed espanso.

Ad occhi chiusi non coglievo la presenza della palestra e delle persone, e neppure i suoni esterni arrivarono a “disturbare” il mio incontro con la profondità di quel momento infinito. Lo stato di sospensione dei sensi, pratyahara, fu totale; non c’erano pensieri, non emergevano emozioni. Fu come sprofondare in un immenso mare di silenzio nel quale regnavano una pace ed una quiete che oggi potrei definire: Eternità. Oggi, non certamente allora, potrei esprimerla come la percezione sottile dell’unione del mio Essere con il Tutto. Il mio sguardo interiore era totalmente cosciente, l’attenzione vigile e presente, non emergevano più concetti, memorie, progetti, programmi, domande, dubbi. In altri momenti di pratica, terminate le pose, durante alcuni pranayama mi ero già trovata in uno stato di profonda quiete che rappresentava anche l’allontanamento dalle vritti del quotidiano; soltanto in questa mia prima esperienza di unione con il silenzio, ebbi la premonizione di  Tat tvam asi. Questa non sorgeva da un movimento di pensiero concettuale ma da una sottile ed intensa percezione della connessione tra tutto ciò che esiste al di là delle dimensioni del tempo e dello spazio. In quel momento sentii con tutta me stessa di farne parte, anzi di averne sempre fatto parte. Attraverso quel silenzio espanso, immenso percepii che non soltanto respiravo, ma ero “respirata”; la quiete era incredibilmente densa e leggera, ogni cellula del mio corpo vibrava all’unisono con il Creato.

Successivamente, quando fui richiamata alle normali funzioni del corpo e della mente, ciò che provai fu un’immensa meraviglia! Ricordo chiaramente che mi sentii attraversare da un grande stupore. Divenni consapevole che l’esperienza che avevo avuto la fortuna di vivere era certamente uno stato di coscienza non ordinario, non consueto, poco abituale. Nelle ore, nei giorni che seguirono, continuai a percepire una “traccia” di quel silenzio dentro di me, come una scia lasciata dal totale e luminoso stato di consapevolezza.

Ho avuto bisogno di tempo per elaborare l’esperienza, per comprenderla ed assorbirla.

Con il passare degli anni il cammino yogico mi ha condotta sempre più spesso in questa dimensione di silenzio che oggi ritengo essere il mio centro “vibrante” della vita. Oggi mi sento di dire che in quegli istanti ciò che emerge è una luminosa chiarezza, senza immagini né frammentazioni. È per me la dimensione di ascolto in cui abitare uno stato di silenzio fluido, gioioso, profondamente quieto, senza tempo e senza spazio.. Ritengo si possa definire l’incontro con l’Essenza. Non è una dimensione che risponde a richieste mentali né emotive, tantomeno corporee. Non è programmabile. È uno stato che avviene nel momento in cui le vritti sospendono il loro imperversare ed il mentale sospende i suoi “affanni” egoici, istintuali, riflessivi o programmati. In quei momenti tutto il mio Essere è realmente qui ed ora. Totalmente presente. Totalmente cosciente. Nello stato di “Puro Sguardo”. Nello stato di consapevole unione con il Tutto.

Il sapore, l’intensità di quell’esperienza non può essere reso comprensibile dalla semplice parola “silenzio” perché il silenzio non è un concetto ma un vissuto che si riflette attraverso la nostra percezione. È uno stato di quiete mentale dove le voci della personalità e del vivere quotidiano si placano, in altre parole Mauna è il nostro stato naturale: è la tela di fondo di ogni cosa. Mauna, nella visione del Tantra, è anche un vettore di energia (Prana, Ki, Qi, orgone o energia quantica) che permette l’unificazione di se stessi con l’armonia dello stato delle cose e la loro energia.

Nel suo libro “Il silenzio e l’ascolto” Franco Battiato chiede a Raimon Panikkar:

– Parliamo di silenzio-.

– Il silenzio ha direttamente a che fare con l’ascolto. Il silenzio non si può creare se non si sa ascoltare. Non è un atto puramente fisico, il saper ascoltare. Sapere inteso come sapida scienza, come conoscenza…. Saper ascoltare la musica delle sfere, avrebbe detto Pitagora. Ma anche saper ascoltare le chiacchiere degli altri. Ascoltando trasformi quello che ascolti, perché vi è sempre un rapporto biunivoco. La prima cosa da fare per entrare nel silenzio è saper ascoltare. E, come in un circolo virtuoso, per saper ascoltare bisogna stare in silenzio. Se io convivo con una sorta di dialogo interiore che si muove ininterrottamente dentro di me….- risponde Panikkar.

Battiato: – O con i continui pensieri…-

Panikkar: – Certo, è la stessa cosa… bene, in questi casi posso solo ascoltare quel che ho dentro di me, senza potermi dedicare a ciò che sta al di fuori. In Occidente si è a lungo accreditata, da Platone fino a Cartesio, la dicotomia tra corpo e spirito, come se il corpo fosse una macchina o un mero strumento. Ma non è che io sia un’anima e, solo poi, ho un corpo. No, io sono il mio corpo. Pertanto, per poter entrare nel silenzio, devo saper stare zitto non solo con le parole ma anche con il corpo. Senza una certa immobilità del corpo non si può conseguire l’immobilità dello spirito. Uno dei grandi dogmi occidentali è quello della volontà: se fai una cosa, questa deve aver un fine. In sanscrito, invece, una parola che esprima il concetto di volontà neppure esiste. Ci manca una dimensione femminile, da intendersi come disponibilità all’accoglienza, come fiducia nello spirito. È un guaio questo voler sempre prendere l’iniziativa.

Patrizia Sannino

Prendendo il largo
dalla parola e dal suono
ci si immerge nel mare del silenzio,
in uno spazio
senza i rumori del pensiero,
dove si è nutriti.

Non sappiamo nulla del silenzio,
mare senza contrassegni.
Non sappiamo quanto profondo sia,
ma sappiamo che
per imparare a nuotare
in esso dobbiamo immergerci.
Vimala Thakar

Letture consigliate:
“Il silenzio e l’ascolto” Franco Battiato – Castelvecchi Lit Edizioni
“Il silenzio via verso la vita” Roberto mancini – Edizioni Qiquajon
“Il mistero del silenzio” Vimala Thakar – Ed.Astrolabio Ubaldini
“La Via del Silenzio e la Via delle Parole” Claudio Narajo – Ed. Astrolabio Ubaldini

“Il silenziotra due onde” Corrado Pensa – Ed Mondadori
“Silenzio” Mario Brunello – Ed. Il Mulino
“Il cuore del suono” Renzo Cresti – Edizioni Feeria
“Elogio del Silenzio” Marc de Smedt – Ed. Paoline

 

silenzio quiete stillness

Essere in silenzio significa creare spazio all’esistenza e alla pace.
Un uomo, che molto aveva vagato per il mondo, al termine dei suoi viaggi affermava di essere riuscito a trovare il silenzio solo dentro di sé. Se però non ci si è mai fermati a ricercare, quando si prova a raggiungere il cuore del proprio essere, rapidamente ci si allontana, spaventati dal vuoto, dal buio, dall’inquietudine che questo tentativo può procurare. Eppure l’esperienza di guardare dentro sé stessi è la più vera e importante che un individuo possa provare.
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