ROBERTO MARIA SASSONE – Una pratica di Mindfulness Psicosomatica

Salve a tutti riprendiamo le nostre pubblicazioni con nuovo entusiasmo e materiale interessante, nelle prossime letture ci avventureremo sempre più nel mondo della meditazione e del corpo-mente, degli effetti sulle energie biochimiche, dell’universo invisibile delle energie sottili  e delle sorprendenti proprietà elettromagnetiche del cuore e del cervello. Vi proporrò approfondimenti sul Cuore o meglio sul “Campo del Cuore” attraverso il modello della Biodinamica Craniosacrale e la Tradizione Tantrica kashmira, ma soprattutto sui “Campi di Coerenza” che interagiscono appunto tra Cuore e Cervello e che sono il fulcro  delle pratiche di Ascolto Profondo, cioè quell’arte di “ascoltare con il cuore e con la mente” per raggiungere la Quiete. Franco Mignone, il Tantrika

Ed eccovi il primo articolo del 2016:

A quasi un mese di distanza dalla gradita visita a Genova dell’amico Roberto Maria Sassone, pubblichiamo un lungo articolo riguardante l’incontro tenutosi il 19 dicembre scorso, ci auguriamo di fare cosa gradita per coloro che hanno partecipato e ancor di più per tutti quelli che non hanno potuto esserci.

Chi avrà l’interesse e la pazienza di leggere le parole di Roberto Sassone ritroverà i temi ed i termini a noi affini e che ricorrono su queste pagine o durante i nostri incontri… come dicono i saggi indiani “sono tutti fiumi che sfociano nel grande ed unico mare” Ringraziamo Roberto per aver concesso di pubblicare l’articolo e gli amici che hanno contribuito alla raccolta del testo e la sua redazione. Buona lettura e buona vita da Patrizia e Franco

Conversazione introduttiva alla Meditazione di consapevolezza, raccolta ed integrata con l’autorizzazione del conduttore.

Roberto Maria Sassone è psicologo, psicoterapeuta, analista reichiano, scrittore e insegnante di meditazione. Fondatore e docente della SIAR, Scuola Italiana di Analisi Reichiana, Istruttore di Mindfulness psicosomatica, ha elaborato un percorso di crescita personale – i Laboratori della Nuova Coscienza – in cui pratiche bioenergetiche e psicocorporee sono unite allo Yoga Integrale e alla Mindfulness psicosomatica. Il suo sito http://www.psicologia-integrale.it

“La meditazione è uno “stratagemma” per ri-tornare alla naturale condizione di presenza. Meditare non significa cercare di andare altrove: significa “permettere” a se stessi di essere esattamente dove si è e permettere al mondo di essere esattamente com’è in questo momento “ R.M. Sassone

Le radici

Il “mio” pensiero, affonda le radici nelle teorie e nei concetti di Wilhelm Reich, nello Yoga Integrale di Sri Aurobindo e nello Yoga delle Cellule di Mère, la sua compagna spirituale che ne ha proseguito la ricerca. Mi sono ispirato agli insegnamenti di questi ultimi ed ho tentato trenta anni fa di seguire la loro strada con le mie possibilità. A loro va la mia gratitudine. Reich è stato uno psichiatra che ha rivoluzionato la psicoterapia, introducendo per primo la dimensione corporea che era considerata un tabù. Da lui sono derivate successivamente tutte le altre psicoterapie corporee.

Il corpo ha una sua saggezza e una sua universalità. Il corpo è energia vibrante che si estende molto oltre la superficie della pelle. Nelle sue cellule è celato il segreto dell’evoluzione. Sri Aurobindo dice che l’uomo è un essere di transizione che sta ancora divenendo. Reich dice che l’uomo è un nucleo di energia cosmica. Mère nella sua Agenda, l’incredibile diario delle sue esperienze, afferma che c’è una coscienza nascosta nelle cellule.

Molto frequentemente ho osservato un inequivocabile risveglio di aspirazioni “spirituali” nei pazienti che intraprendono una psicoterapia che tenda al recupero del contatto profondo con il proprio corpo. Ciò deriva dal fatto che c’è un legame strettissimo tra l’energia vitale dell’essere umano e quella della natura e del cosmo. C’è una spiritualità nel corpo, una saggezza da riscoprire.

La pratica che propongo deve molto, oltre che al Purna yoga di Aurobindo, alla Mindfulness.

Mindfulness è la traduzione di “Sati” che in lingua Pali (il linguaggio utilizzato dal Buddha per i suoi insegnamenti) significa essenzialmente consapevolezza, attenzione, attenzione sollecita. Queste qualità dell’essere possono venire coltivate attraverso la meditazione.

Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Vipassanā), dello Zen, e dalle pratiche di meditazione Yoga. Questo termine e pratica è stato concepito negli anni settanta per opera di un americano Jon Kabat-Zinn. Jon Kabat-Zinn non è medico, anche se gli è stata conferita la laurea ad honorem, non è psicologo né psichiatra ma è un biologo molecolare che dagli anni ’60 ha cominciato ad interessarsi alle pratiche meditative tipiche della cultura orientale applicandole, poi, al sostegno terapeutico di quei pazienti verso i quali la medicina tradizionale aveva “gettato la spugna”: malati terminali, dolore cronico ecc. Questo modello è stato assimilato ed utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline mediche e psicoterapeutiche italiane, europee e d’oltre oceano.

Funzionalità del Corpo-Mente

La meditazione è quell’abile mezzo di cui parla anche la tradizione dello Yoga, per tornare a quella condizione di consapevolezza di essere di cui “ci priviamo” restando assorbiti nella mente (pensiero, cognizione) e nelle emozioni (istinti, passioni).

La mente e le emozioni potrebbero essere “strumenti” meravigliosi, capaci di dare forma e coerenza agli impulsi profondi che scaturiscono dalla piena ed essenziale coscienza di sé, ma per assolvere al suo compito, la mente dovrebbe diventare un servitore fedele che traduce la coscienza cristallina che anima, con nitide intuizioni conoscitive, la forma e la personalità che abbiamo acquisito. Abbiamo invece fatto diventare la mente padrona, dandole un compito che non le spetta.

La mente non siamo “noi”; essa è solo la forma che l’Essere assume di volta in volta. Ma essendo dominante su tutta la nostra struttura umana, a tal punto da farci credere che sia essa la nostra vera identità, la mente filtra ogni percezione in base alle distorsioni e alle contaminazioni personali e culturali. Questa ipertrofia della mente spiega il motivo per cui nei cammini sapienziali delle tradizioni spirituali sia posto l’accento sull’importanza di procedere alla “dis-identificazione” da essa attraverso pratiche di meditazione che consentano di conoscerla, di purificarla e di “renderla funzionale” insieme a tutta la struttura umana (corpo-mente).

Mindfulness vuol dire: Piena Coscienza; ma la parola coscienza non esprime qualcosa di astratto o trascendente bensì lo stato globale dell’intera struttura dell’individuo (corpo- mente) ovvero l’assetto integrato e funzionale del sistema-uomo. L’essere umano è un sistema corporeo complesso, collegato a una forma che è l’espressione manifesta di esso dalla nascita alla morte e numerose funzioni concorrono a renderlo tale in base alla loro organizzazione. Inoltre ogni singolo individuo si struttura con una sua peculiare organizzazione delle sue funzioni.

Partendo dal livello cellulare a quello delle funzioni superiori cognitive, passando per il piano neuronale, vegetativo, endocrino, muscolare, etc., prende forma un sistema organizzato con una sua coerenza unitaria. Da questo deriva l’importanza di definire “psicosomatica” la meditazione.

Lo sviluppo funzionale dovrebbe tenere presente due piani e due fasi strettamente interconnessi:

  • Rendere funzionale (migliorare) l’organizzazione disfunzionale di ogni sistema-individuo. Questo processo riguarda la struttura del carattere vera e propria. In questo caso s’interviene con pratiche terapeutiche (ad esempio bioenergetiche e cognitive, ma non solo).
  • Sviluppare una piena coscienza-percezione del sistema-individuo (mente-corpo-spirito). Questo processo riguarda le pratiche di consapevolezza (attenzione consapevole, meditazione di presenza, vipassana, zen, mindfulness).

Ovviamente ognuna di queste fasi è connessa con le altre e non viene necessariamente prima l’una e poi l’altra.

Fondamentale è restare in un atteggiamento di nuda attenzione. Uno stato in cui siamo di fronte all’esperienza della vita senza filtri, senza interpretazioni. Prendiamo semplicemente atto di ciò che sta avvenendo e proprio perché non mettiamo filtri spesso compare ciò che era nascosto. Appaiono emozioni, ricordi, parti celate di noi, oppure vediamo nell’altro il vero atteggiamento con cui ci parla o si rivolge a noi. Tutto questo materiale emerge alla nuda coscienza e viene accolto con chiarezza e senza giudizio. La nuda attenzione è allora uno strumento efficacissimo che aiuta la psicoterapia unendola alla meditazione.

Nel processo che avviene in psicoterapia, soprattutto le terapie bioenergetiche che prendono in considerazione l’organismo nella sua interezza, emerge molto materiale emozionale che a volte non riesce ad essere gestito in maniera funzionale dal terapeuta e/o dal paziente. La nuda attenzione consente di essere nell’emozione senza perdere la propria Presenza.

Dice Mark Epstein che “il compito della terapia diventa quello di imparare in che modo stare in compagnia di quelle emozioni. È qui che ancora una volta la meditazione può dimostrarsi di grande utilità. Come al terapeuta, anche al paziente non viene mai insegnato veramente a prestare attenzione nel modo più proficuo. In particolare quando un paziente sta facendo esperienza di un’emozione difficile, il metodo della nuda attenzione può essere della massima utilità per contrastare le abituali tendenze ad agire o a ignorare i veri sentimenti in gioco” (Pensieri Senza Un Pensatore, pag 171, Ubaldini).

respiro e quiete

Respiro, coscienza (la pratica)

Il respiro nella meditazione (l’attenzione al respiro) non è un oggetto, ma un “filo d’Arianna”. Un sottile filo per stare nel corpo e quindi nel presente. Non si deve quindi rimanere “abbarbicati” al respiro, non ci si deve sforzare.

Si prova a “prendere dimora” nel respiro, si prova a “tornare a casa”:

  • Inspiro, prendo vita (e non controllo la vita”)
  • Espiro, mi arrendo alla vita (e non “esalo la vita”)

Con delicatezza, con pazienza si ritorna al respiro ogni volta che realizziamo come la mente ci stia portando altrove: questo ritorno diventerà una “memoria corporea”, sarà un soldino di presenza nel nostro salvadanaio esistenziale.

Si prova ad abbandonare qualsiasi “idea” di giusto e di sbagliato, si prova a lasciar andare l’idea di non riuscire a meditare. La pratica è sempre corretta, la pratica è lasciare che tutto esista, aprendosi ad ogni possibilità di esperienza. La pratica è una continua esplorazione. Esiste la sensazione dolorosa, esiste il compagno che si muove, il vicino di casa che pianta un chiodo. Esiste a prescindere dal fatto che possa darmi fastidio, a prescindere da tutto quello che mi posso raccontare.

Essere in uno stato meditativo vuol dire essere nella piena coscienza di ciò che esiste momento per momento, dentro e fuori di noi. Questa condizione si acquisisce attraverso una pratica costante, non soltanto collegata al tempo circoscritto della meditazione da seduti, ma anche nella vita quotidiana, durante le azioni che compiamo, ponendo l’attenzione sul respiro e osservando i processi che si svolgono in noi.

La coscienza, come già detto, affonda profondamente le sue radici nel corpo. Ma “cos’è la coscienza?”. Solo facendo esperienza della coscienza si può rispondere a questa domanda.

La coscienza profonda della natura umana è l’espressione di come il nostro sistema funziona. Questa semplice e banale affermazione dà delle indicazioni importantissime perché modificando il nostro modo di funzionare, si modifica l’esperienza della coscienza. Perciò corpo e coscienza sono inseparabili per noi esseri umani. Non dovremmo nemmeno usare questi due termini, ma sarebbe più appropriato dire che la coscienza si esprime nel nostro corpo.

C’è un collegamento tra il respiro e la percezione della coscienza. Però quando parliamo di respirazione genericamente ci riferiamo all’inspirazione e all’espirazione. Ma c’è una respirazione basica, ancora più profonda, che avvia la corretta respirazione, di cui hanno parlato chiaramente Wilhelm Reich ed Alexander Lowen: la pulsazione vitale; è il respiro delle cellule.

Praticando ognuno di noi può percepire in maniera chiara una vibrazione in tutto il corpo, ancora più potente del respiro, che si può sentire anche quando non si respira. Anche se trattengo l’aria quella pulsazione continua ad esistere: è il respiro del corpo. Questa è la respirazione che dobbiamo attivare perché, non è vero che si possa imparare a respirare, non è una tecnica. Si può sciogliere il respiro e, liberando il respiro, s’impara a respirare con naturalezza. Il controllo del respiro è un’altra cosa.

Infine, le pratiche di consapevolezza, la meditazione, possono condurre alla totale dis-identificazione. Questo è un passo in più rispetto alla mera funzionalità dell’Io, è lo sguardo che si assorbe in se stesso e non nell’ego (o struttura del carattere).

 La costanza

Dalla meditazione nasce la vera creatività, la vera individualità (differenziazione) attraverso quell’evento che è lo “stare” con la mente, con le emozioni, realizzando una dis-identificazione dalle stesse .

Il punto di partenza (e di arrivo) per ogni “pratica di consapevolezza” è realizzare questa dis-identificazione dalle strutture mentali ed emotive. Se si è completamente catturati e identificati con le nostre forme pensiero, con le tempeste emotive e con le conseguenti proiezioni su gli altri, si vive come degli automi.

Ma perché tutto ciò possa avvenire sono necessarie (lo abbiamo già detto) costanza e determinazione. Perché non si può parlare continuamente della coscienza e della consapevolezza, se non se ne hanno almeno sprazzi di esperienza. E non se ne può avere esperienza se non si sceglie una pratica (da fare con estrema serietà, disciplina e intento) che consenta lo sviluppo di questo stato.

Lo spazio di presenza (lo spazio del Cuore)

La pratica meditativa crea uno spazio di presenza, uno spazio del cuore (la coscienza di se, l’Io sono) e quindi sviluppa l’osservatore, il testimone, la partecipazione innata “distaccata” rispetto a ciò che accade.

Nella spiritualità naturale l’esperienza della vita è nel presente perché siamo nel corpo; ciò non è riduttivo. Significa che ho la percezione vera di me in questo istante e non me lo creo attraverso rappresentazioni mentali, non me lo invento, sto qui, sono presente a me stesso. Questo essere qui dà intensità all’esperienza della vita, dà un piacere immenso persino nel gustare la propria difficoltà, come la mia piccola ansia di adesso nel parlarvi.

La spiritualità naturale non ha posto solo per la gioia, ma è la condizione per cui tutto ciò che è vissuto è incluso nella propria vita. Non ci si può inventare qualcosa che non c’è, non si può sognare la vita. Si può stare nel dolore (nella rabbia, nella noia) nobilmente, con dignità, sentendo il dolore. Non si è certo felici in quel momento, ma si è reali. È il rifiuto del dolore che genera un conflitto che dà potere proprio a ciò che vorremmo scacciare. Mentre testimoniare, includere, stare con, toglie pian piano forza al dolore.

Lo spazio del cuore non è uno spazio dell’emotività, ma lo spazio dove emergono tutte le esperienze.

Nella pratica ci orientiamo per “cercarlo”, prima fisicamente, nel movimento del torace (inspiro ed espiro). Poi con il tempo e “l’esplorazione” esso diverrà il “Ci sono!”

 Coscienza e consapevolezza

La coscienza di se diventa consapevolezza, diventa l’osservatore, quando il nostro so-stare diventa possibilità di vedere ciò che appare nel campo dell’Essere di volta in volta (come se la consapevolezza lanciasse degli pseudopodi – pseudopodio è l’estroflessione mobile di una cellula – per contattare ciò che si manifesta, cioè grazie alla comparsa di diversi pseudopodi, la cellula stessa può cambiare forma, permettendo il movimento).

Immaginiamo la coscienza come uno stato di piena presenza, e la consapevolezza come lo sguardo silenzioso della coscienza.

Essere “consapevoli di” presuppone che questo sguardo non sia coinvolto. Bisogna fare un passo indietro e da questa nuova prospettiva essere con i fenomeni interni ed esterni. Il centro dell’identità si sposta progressivamente dall’ego al sé, dalla periferia al nucleo.

La meditazione Vipassana, la Mindfulness, la pratica di consapevolezza, sono la via maestra per attuare questo capovolgimento. La coscienza di sé è un’esperienza forte e chiara, quando avviene, perché si accompagna a una diversa percezione di sé.

Il corpo è un catalizzatore efficacissimo di questo processo di “dis-identificazione”, perché nella sua natura esso funziona al di fuori dell’immaginario, in un continuo presente. Spostare l’attenzione sul respiro consente di collegarsi con un oggetto neutro, riportandoci all’istante nel qui e ora dell’esperienza di sé.

Con la pratica costante questo stato diviene sempre più naturale e consueto, anche se, affinché ciò avvenga, è necessario un vero intento.

Le tre parole chiave del processo sono dunque intento, attenzione e “dis-identificazione”.

L’immagine che creiamo di noi stessi è l’insidia principale che ogni ricercatore deve affrontare. Ma il vero problema risiede nel fatto che proprio questa immagine di sé non viene vista.

È più facile osservare un nostro atteggiamento interno ed esterno, che affonda le sue radici in un meccanismo di difesa che nasconde un bambino ferito nella sua identità, piuttosto che riconoscere la scusa che ci raccontiamo per giustificare quell’atteggiamento. Questa modalità di giustificazione ci fa sentire autorizzati a essere in quel modo, pur sapendo che non funziona, che non è salutare o vero.

Questo accade per esempio con le dipendenze dal cibo, dal sesso, dal fumo, dal gioco. Viene riconosciuta la dipendenza, ma viene etichettata non come bisogno, bensì come desiderio autentico, o come diritto al piacere.

La strategia del narcisismo è molto intelligente, sottile, e manipolativa: ciò che condanniamo negli altri noi lo possiamo invece fare perché lo facciamo con un altro spirito, con una vera motivazione. Ecco la menzogna che ci raccontiamo.

Quando al narcisismo, si aggiunge anche la spiritualità, altre scuse più sofisticate si aggiungono in nome di una ricerca interiore, travisandone i principi e le regole: si invoca l’apertura del cuore, la necessità di sperimentare, la nuova capacità di saper agire senza coinvolgimento, ecc. Ma spesso non è vero niente, non siamo arrivati a nessuna vera esperienza di sé, ci suggestioniamo volontariamente.

Anche dopo anni di psicoterapia, se questo sguardo di vera Presenza non si è aperto in noi, se siamo diventati schiavi di un sistema di riferimento nuovo, con risposte più allettanti che sono in realtà altri schemi ideologici, ci troviamo ancora più imprigionati in un ego che si racconta di essere più soddisfatto e consapevole!

La nostra vita può trasformarsi in maniera sostanziale, se siamo disposti a mettere tutta la passione e tutto l’intento a perseguire questa meta. Ciò che è difficile però comprendere è che questo processo avviene in un’estrema semplicità, scarnificando al massimo gli strumenti e le pratiche.

Ma proprio questa presa di coscienza risulta difficile alla nostra mente abituata alla complessità (o meglio alla complicazione). Noi associamo grandi eventi a grandi complicazioni. Di conseguenza riteniamo che più esperienze faremo, più tecniche impareremo, più pratiche porteremo avanti, maggiore e più celere sarà il risultato.

E’ necessario riaffermare questo principio di semplicità. Fare cose semplici non vuol dire fare cose facili. La semplicità è una conquista che non va a discapito dell’efficacia.

Ma la chiave del processo di consapevolezza e quindi di trasformazione è l’attenzione.

L’attenzione è il focus della nostra coscienza. Senza di essa si è degli automi. Ogni volta che abbiamo attenzione la nostra vita, anche quella fatta di azioni banali, diventa viva, intensa e reale. Senza l’attenzione gli eventi interni ed esterni vanno avanti da soli, nell’incoscienza, pur avendo l’illusione di essere protagonisti della vita. L’attenzione permette di richiamare la presenza, ovvero la sensazione di esserci. Esserci è una percezione consapevole che dà colore, sapore, intensità al processo che si sta vivendo.

Quando pratichiamo l’attenzione consapevole al respiro, iniziamo a sviluppare un nuovo stato di integrazione nel corpo a tutti i livelli, mentale, emotivo, istintuale, percettivo e neurale. Questo focus sul respiro ci consente di sviluppare uno stato sempre più naturale di osservazione equanime e chiara dei processi mentali, emotivi e corporei.

Le capacità di focalizzazione (di attenzione)… rendono possibile vedere ciò che è dentro di noi, accettarlo e, nel fare questo, lasciarlo andare e infine trasformarlo […] Il modo in cui focalizziamo l’attenzione plasma la struttura del cervello[…] Man mano che sviluppiamo la capacità di focalizzare la nostra attenzione sul nostro mondo interno, è come se ci trovassimo tra le mani uno scalpello per riscolpire i nostri circuiti neurali, stimolando lo sviluppo di aree del cervello che sono cruciali per la salute psichica”. (Daniel Siegel, Mindsight, Raffaello Cortina Ed.)

La pratica costante e quotidiana della presenza consapevole del respiro si traduce in una presenza sempre più continua nel vissuto quotidiano. La meditazione esce dallo stadio di “pratica” e diventa progressivamente stato di coscienza e tutta la nostra struttura del carattere viene sottoposta a una incredibile trasformazione. È un cammino lungo ma davvero efficace, degno di un vero guerriero.

sassone interiore

La pratica e l’intento del guerriero

Nella pratica bisogna assumere un intento incrollabile, non dare spazio a ciò che si prova (anche se doloroso). Toccare il fondo della sofferenza, restare come il guerriero biblico (muoia Sansone e tutti i Filistei). Sul fondo della disperazione troveremo un “sorriso”, una beatitudine (anche se la situazione continua esattamente come prima).

Il Guerriero è un archetipo universale che si trova nei miti e nelle leggende di ogni epoca e cultura. E’ l’eroe che parte alla ricerca del Tesoro e che affronta numerose prove. Il nostro eroe del presente combatte nelle strade, nelle metropolitane, nelle case. I suoi draghi sono il consumismo, la mercificazione di tutto, la confusione tra reale e virtuale, l’incomunicabilità, la solitudine, la perdita dei valori e l’attaccamento ai finti valori. E’ un eroe il più delle volte sconosciuto, che si misura con i suoi limiti, con i suoi attaccamenti, con i suoi bisogni. Ogni guerriero ha in comune l’aspirazione del cuore e la ricerca di verità.

Il Guerriero (termine caro ad Aurobindo e a Mère.) è quindi una metafora che incarna un particolare atteggiamento verso la vita che poteremmo definire “sacrale”. In questo senso la ricerca interiore abbia bisogno di impegno, disciplina e costanza, ma non deve esaltare la retorica della sofferenza come mezzo di elevazione. La vita procura dolore, anche senza andarselo a cercare. Ma altrettanto reale è la gioia che spesso dipende da un atteggiamento positivo e dalla capacità di cogliere la bellezza anche nelle manifestazioni più semplici di ciò che è alla nostra portata.

E’ d’altra parte pericoloso l’atteggiamento con cui certa spiritualità New Age promette felicità e benessere con estrema facilità, come se bastasse soltanto il pensiero positivo per ottenere qualsiasi risultato. Questa filosofia di vita può portare alla deresponsabilizzazione e ad un cieco affidarsi ad esseri e forze non meglio precisati. La fede disgiunta dal senso di responsabilità conduce al fanatismo, ad un misticismo superficiale e alla dipendenza, incoraggia meccanismi di fuga dal mondo.

 La responsabilità personale nella ricerca

Si incontrano molte resistenze a far comprendere alle persone che una psicoterapia o altri percorsi personali, pur essendo efficaci, non si sostituiscono all’impegno personale.

 Il terapeuta o l’insegnante non può assumersi la completa responsabilità della trasformazione di chi si rivolge a lui. Invece le aspettative di pazienti o allievi o clienti sono altissime e vogliono (talvolta pretendono) che egli li “cambi” e li faccia “star bene”. Naturalmente il terapeuta si assume la responsabilità completa per quanto riguarda le sue competenze e la sua preparazione, ma non può sostituirsi al suo cliente.

 Questo avviene anche in coloro che decidono di fare un percorso “spirituale” (in sanscrito Sadhana). Si illudono che le tecniche di meditazione e di consapevolezza agiscano automaticamente, come un’aspirina o un valium.

Di fatto l’impegno personale, portato nella vita di tutti i giorni, l’intento di confrontarsi nelle storie quotidiane, nelle relazioni, nelle azioni, è fondamentale. Ogni praticante sa questo e lo tiene sempre presente in se stesso, sia quando è nella sua funzione di insegnante, sia quando è nella sua funzione di allievo.

Noi viviamo in una società che in maniera spudorata si spaccia per dispensatrice di benessere. Questa società fa passare come oggetti che donano felicità detersivi, crociere e automobili alla stessa stregua di corsi di meditazione, ritiri spirituali e tecniche di autocoscienza.

Conosco molte persone che passano la loro vita a correre da un corso a un altro, spesso corsi tematici che vengono reclamizzati come risolutivi. Quando me lo raccontano, mi dicono così: “Sai, ho molta rabbia; ho prenotato il ‘corso tal dei tali’ perché lavora sul tema della rabbia e quindi la butterò fuori”. E successivamente: “Ho ancora una parte giudicante e quindi andrò al corso ‘Tizio e sempronio’ perché devo ‘ridurre’ il mio giudice interiore”. E così via.. È come dire: Ho mal di testa e prendo un cachet, ho mal di pancia e prendo un digestivo, sono stitico e prendo un lassativo!

Ogni corso, ogni lavoro di gruppo, ogni terapia, deve essere condotta, lasciando invece spazio alla responsabilità personale, indicando una linea di percorso, sostenendo, ma rafforzando soprattutto la discriminazione di ogni individuo, la sua libertà, la sua autonomia.

La mente intrisa da cento opinioni continua a sfornare illusorie sentenze su ogni aspetto della propria vita, giorno dopo giorno, spacciando le sue innumerevoli imbecillità per sagge comprensioni. Guarda soprattutto gli altri attraverso il filtro delle sue frustrazioni e giudica continuamente e commenta ogni evento.

“Io, io, io…” sa solo dire “io” e ognuno crede di essere quell’io che è in realtà un povero fantasma gonfiato. Presunzione, arroganza, condanna, squalificazione, conflitto, illusioni sono il suo cibo, seguendo un processo che non ha fine. Ci si sveglia la mattina e inizia il ronzio molesto che ha sempre da ridire su tutto. Finché questa è l’identità che ognuno si illude di essere, non c’è spazio per nessuna vita vera.

Questa è la vera prova del guerriero: sviluppare un altro punto di osservazione, sganciarsi da questa identificazione con la personalità che si è saldamente costituita nel tempo e, attimo per attimo, disfare la trama fittizia che la mente ha costruito. È un lavoro senza sosta, con una pazienza da certosino, un lavoro umile e costante. Poco per volta, concentrati sul Cuore, questo io, io, io inizia a perdere forza e consistenza, si sfalda ed evapora come nebbia al sole.

Rimanendo aggrappati al Cuore, con una muta preghiera, con l’intensità di un anelito che non ha alcun nome, tutto si disfa, e inizia un periodo di estremi smarrimenti in cui non si sa più chi siamo, a cui subentrano invece fasi di pienezza in cui la coscienza di essere sorride gloriosa. Sembra di essere sulle montagne russe: estasi si alternano a notti buie e in questo crogiuolo prende forma e consistenza il senso di sé.

Il processo di diventare ciò che già adesso siamo passa per continue perdite dolorose. Giungono inaspettati i premi dell’anima e un nucleo di bellezza si stabilizza gradualmente e si fissa imperituro. La vita quotidiana in questa fase è lucidamente folle perché il guerriero vive contemporaneamente due piani: il piano del Sé testimone e il piano dell’ego impermanente. Ma questa fase continua a trasformarsi e l’ego, purificato sempre più dai condizionamenti e dalle identificazioni, inizia a diventare uno strumento del Sé che attraverso di esso si manifesta.

Queste lunghe trasformazioni alchemiche richiedono un vero coraggio e una solida fede, senza i quali non è possibile procedere. Ecco perché sono pochi coloro che intraprendono questa via e sono molti coloro che si illudono di percorrerla con palliativi spirituali. Il guerriero non è diverso dagli altri, ma è consapevole della propria gabbia e si confronta continuamente con la sua paura d’amare. Egli sente il contatto con il suo nucleo d’amore e dedica tutta la sua vita a rendere la sua personalità sempre più capace di esprimere questo nucleo. Questo è il suo dramma, assaporato giorno dopo giorno. Ma non si arrende e fa della sua vita una continua ricerca d’amore, sapendo che questa ricerca non si svolge all’esterno, ma che l’arena è il suo carattere, con le sue paure, i bisogni e gli attaccamenti. Mio Signore, fa’ che la forma che ho adesso sia sempre più capace di accogliere ed esprimere l’essere d’amore che già sono.

Il coraggio

Il guerriero è dunque coraggioso. La parola coraggio significa “agire con il cuore” che non vuol dire assolutamente agire sentimentalmente, perché il Cuore è il simbolo dell’essenza, della coscienza intima e non dell’ego.

Il coraggio è quindi una delle principali virtù del guerriero. Ma per evitare equivoci è bene chiarire questa qualità dell’Essenza.

Il guerriero è veramente coraggioso se riconosce la sua paura e la affronta. L’immagine del cavaliere senza macchia e senza paura è una sublimazione che ci porta fuori strada. Il guerriero che non avesse paura, sarebbe un incosciente e un visionario, incapace di valutare il pericolo e soprattutto incapace di riconoscere la sua fragilità, la sua esitazione e la sua debolezza.

Il vero coraggio è la capacità di dire a se stessi la verità. La verità fa paura perché ognuno di noi è diventato abile a giustificare le proprie mancanze costruendosi delle motivazioni menzognere per produrre un’immagine di sé vincente.

L’uomo coraggioso sa piangere, sa sostenere una giusta causa, sa riconoscere un suo torto, sa chiedere scusa.

L’ego sa vendersi molto bene, cerca in ogni modo di far credere agli altri ciò che non è. Questo comportamento è ancora più evidente in questo periodo storico che privilegia chi cura la sua immagine e si presenta come persona di successo.

Ma se vogliamo essere aspiranti guerrieri iniziamo a chiederci: “Di cosa ho paura? Da cosa sto fuggendo? Da cosa dipendo nella mia vita? Cosa non riesco ad affrontare nel mio quotidiano?”

Mettetevi seduti comodamente, entrate nel respiro consapevole per pochi minuti e iniziate a scrivere le risposte a queste domande, con un atteggiamento amorevole verso voi stessi. Sarà l’inizio del vostro coraggio. Troverete una nuova luce di consapevolezza attraverso il recupero di valori di semplicità, di naturalezza, di coraggio e di sincerità.

 “La Sadhana (percorso spirituale, ricerca interiore) è come la vita: un passo dopo l’altro, vivendo ogni attimo come ‘Momento magico’, come tempo a se stante, come l’unico tempo possibile … e ‘un passo dopo l’altro’ ci accorgeremo che il cammino procede … e la meta è ad ogni istante sollevare il piede…”

 

 

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