Nell’Ashram di Prakash Bharti Nath…alla ricerca del Prana

Un Ashram per pochi occidentali… Pochissime comodità, tanta tanta contemplazione tantrica…poco asana yoga “fisico” e un bel pò di respirazione… o come la chiamano lì “L’arte del respiro”.

Un ashram di un’eremita tantrico, un Tantrika, un Nath Yogi… Ed il Tantra è un sistema piuttosto alternativo e ai margini rispetto alla predominante giostra dello yoga  e del benessere trendy  molto frequentata dai ricercatori di spiritualità “materialistica”…comoda e turistica. Piuttosto trasgressivo rispetto alla religiosità promulgata dai centri gestiti dai Brahamini o dai monaci arancioni, in contrapposizione alla via della rinuncia, il tantrismo esplora la via dell’esperienza sensoriale, per distillare la conoscenza che porta alla liberazione, fine ultimo dell’uomo. Il Tantra appunto è stato sin dalla sua origine un movimento eretico, alchemico e mistico, trasversale alla religione indù dei Brahamini, ed oggi ricercato soltanto da pochi ferventi e autentici appassionati occidentali…  Ma attenzione, non da coloro che ricercano le prestazioni sessuali giustificandole con una filosofia che nulla ha che vedere con la copula.

Ero partito per l’India alla ricerca della conoscenza originale del Prana. Volevo attingere direttamente dalla fonte dell’antica arte curativa dell’energia del “fluido”. In italia diversi anni prima, poco più che trentenne, mi fu detto da un guaritore che “possedevo il fluido” e che lo avrei usato per curare. La cosa generò in me uno sconquasso che mi sconvolse psicologicamente per alcuni anni e che da lì determinò la mia vita futura. Volevo comprendere che cosa fosse questo fluido e perchè proprio io avrei dovuto usarlo per aiutare gli altri. Fu così che il mio percorso verso il Prana e di conseguenza il Tantra iniziò.  Fatta un pò di chiarezza su cosa era questo “potere” e tranquillizzato il mio mentale, dopo aver frequentato negli anni seguenti  in Francia una scuola di “magnetisme”  ed aver ottenuto un diploma di pranoterapeuta in Italia, la mia sete di sapere non si era ancora placata, anzi più leggevo e più mi interessavo e sempre più mi sentivo “insufficiente” ma allo stesso tempo trovavo sulla mia strada segnali ed orientamenti che puntavano decisi verso lo Yoga e l’India.

Il viaggio in Himalaya

Così senza sapere dove stavo andando, abbandonato fiduciosamente alle indicazioni della mia guida indiana, ormai arreso al caldo torrido e al rumore che sovrastava ogni cosa, quando fui giunto all’ashram capii che non era un ashram per cittadini occidentali… La struttura era ormai in totale decadimento, con la sua lunga storia centenaria non era certo un luogo dove i tanti occidentali arrivati a Rishikesh avrebbero accettato di fermarsi, ma soprattutto dove quasi certamente non  avrebbero potuto trovare e riconoscere i segnali di una ricerca spirituale. Prakash Bharti Nath era uno yogi davvero lontano dall’immagine sterotipata occidentale, i suoi allievi pur indiani erano davvero pochi ed io ero in compagnia di due sole “persone bianche”: un ricercatore tantrico danese e una donna francese assai innamorata dello yoga.

L’incontro con il Nath. La Darshana

La mia relazione con lui fu per il cento per cento ascolto e ricettività. Anche se  prima di partire avevo in mente ogni cosa, trovatomi poi in sua presenza, non ero riuscito in nessuna occasione a porre domande su cosa pensasse di me e su tutto ciò che andavo cercando; ero rimasto di stucco sin dal primo giorno che spavaldo e curioso avevo chiesto che mi insegnasse le tecniche di pranoterapia. Lui senza guardarmi, tranquillo e sereno aveva detto “Non conosco questa parola, c’è soltanto Tantra e Yoga. Il Prana è ovunque..” Così non gli ho mai più chiesto niente; non gli ho mai posto domande dirette. A sprazzi, avevo impennate di curiosità, ma per principio non gli avrei chiesto niente. Inoltre avrei dovuto chiedere aiuto al traduttore visto che il nath non parlava inglese ma soltanto il suo dialetto hindi, il traduttore non parlava un buon italiano e l’inglese era un pò limitato. Soprattutto non volevo richiamare la sua attenzione in alcun modo, forse per una risvegliata timidezza di gioventù, o per l’austero rispetto che il Tantrika diffondeva.  Sovente  in sua presenza, mi capitava di intuire senza preavviso che se avessi fatto una domanda diretta, non mi avrebbe dato mai, in ogni caso, una risposta diretta. La cosa era un pò frustrante ma col tempo compresi che era necessaria a smorzare le impennate del mio ego. Tuttavia, lui parlava ai suoi devoti indù di concetti e principi che  risuonavano in me come se avesse colto nel mio silenzio la mia domanda mentale. La situazione si ripresentò più e più volte e in seguito mi accompagnò anche durante il viaggio a  Kedharnath, Tungnath e Badhrinath (una parte di quello che in India è considerato il pellegrinaggio sacro alle sorgenti del Gange: il “Char Dham Yatra” *). A circa 4000 metri di altitudine “la mente è più leggera” pensavo, ma le mie notti erano sempre più abitate da imagini, sogni e voci. Questi fenomeni divennero improvvise “chiare visioni” anche in occasioni che nulla avevano a che fare con la meditazione o lo yoga. Esse potevano capitare attraverso il mio osservare una statua di un tempio, uno scorcio di paesaggio, in un angolo di luce, un viso di una donna bellissima…immagini che ho, per così dire, compreso soltanto molto tempo dopo. In quel pellegrinaggio mi stavo ripulendo e il mio sguardo stava incontrando la grazia e la bellezza senza motivo e senza saperlo.

In quel periodo trovai profonde intuizioni, dei riscontri  non mediati dalla razionalità, ma mai ricevetti un insegnamento classico, descrittivo e pieno di concetti; probabilmente ci fu una misteriosa trasmissione fatta in modo diretto. La sua sola presenza aveva l’effetto su di me come un qualcosa che silenziosamente stava lavorando dentro me per settimane. Non mi parlò mai direttamente,  tranne  per l’unica frase che mi rivolse al termine del mio soggiorno nell’Ashram: “Stai nello stato di ascolto, sempre! Non c’è altro da fare nè da cercare. Riposa nello stato di ciò che sei”. Al momento non compresi un granchè. Ci vollero mesi di riflessione e meditazione, poi anni di studio e ricerca…anzi ancora oggi mi stupisco davanti a quelle parole che, in qualche modo, a volte, riappaiono oggi in un testo o sento pronunciate da un insegnante durante un seminario (ad esempio dalla voce di Eric Baret o del saggio  biodinamico Mike Boxhall)

Il Nath pronunciò la frase dopo aver fatto con me quello che dapprima mi sembrò un gioco del guardarsi reciprocamente negli occhi senza sbattere le ciglia … poi compresi che la mia mente si stava perdendo sprofondando nei suoi occhi e alla fine di questa trasmissione (probabilmente una Shaktipat) mi sentii ripulito e ricco di una nuova capacità di percepire. Mi dissero che a questo “gioco” vincesse sempre lui… Prakash possedeva grandi occhi tranquilli, bruni e caldi. I suoi occhi erano come l’acqua di un lago immobile, profondo…quieto.

Quello che il Nath intendeva dire non era altro che un vero e proprio paradosso per un occidentale. “Non fare niente per imparare qualche cosa. Per assimilare qualcosa, resta soltanto presente e in ascolto profondo”… bastava sostare nel suo “campo” o “riposare nella presenza dell’Essere”…volendo si potrebbe dire semplicemente stare tranquilli e ricettivi. Questo stato si è successivamente ripresentato in altre occasioni durante altre  Darshana in Italia alla presenza degli incontri  di yoga kashmiro con Eric Baret.

Sono poi entrato in una comprensione lucida soltanto dopo il mio rientro in Italia. La rivelazione  della cosa è avvenuta lentamente e nei mesi successivi è ciò che mi ha condotto proprio ad un  lento cambiamento di visione. Da li la mia ricerca ha preso un orientamento pur senza un obiettivo preciso, in India ciò viene chiamato Sadhana. In realtà, non è la Sadhana che produce il risveglio, ma l’assimilazione. Per me il risveglio non è proprio un’illuminazione come molti credono: un colpo di fulmine improvviso che ti lascia scioccato, ma un graduale schiarire e spogliare per poi contemplare la resa. Cioè la cessazione del pensiero e dell’azione conflittuale “l’abbandonare la presa”: pratica che mi ha invisibilmente condotto, circa 10 anni fa, ad intraprendere un percorso in Biodinamica nella sua applicazione terapeutica del Craniosacrale (derivazione dell’Osteopatia Cranica).

Considerazioni postume:

Presenza

Il Nath aveva parlato di Presenza come essenziale forma e stato dell’essere, importantissima condizione prima di ogni azione….

Darshana e  Sadhana

L’incontro con un vero maestro è il riconoscimento di incontrare la grazia, è grazia vivente e la reale essenza della Darshana è l’assimilazione della grazia. Quando il ricercatore si risveglia è perché ha assimilato la grazia del maestro, non perché ha praticato la Sadhana. Paradossalmente, bisogna fare la Sadhana per creare quel tipo di risonanza che permette l’assimilazione durante la Darshana (l’incontro diretto). La Sadhana è come preparare il terreno ma, in realtà, esiste solo la grazia. E per ricevere la grazia, devi essere in relazione con essa. Non bisogna essere necessariamente dinnanzi alla sua presenza fisica (del Guru), sebbene ciò produca dei benefici. Puoi riceverla dovunque e in varie forme per tutto il tempo in cui resti in contatto con essa,  ad esempio attraverso la manifestazione della bellezza, dell’arte o di un’emozione. La grazia è il seme che genera spontaneamente il legame, è la sorgente che prende forma.

Il significato di Darshana per Osho:

Pensare è un modo certo per mancare il punto.
Quando senti la verità, vedila immediatamente.
Non dire “ci penserò sopra”.
Non prendere appunti dicendo “una volta tornato a casa
rifletterò sulle tue parole”.
Se fai così manchi completamente il punto.

La Verità ha una sua immediatezza che vuoi posporre pensandoci.
E cosa potrai mai pensare riguardo la Verità?
Qualunque cosa tu possa pensare è sbagliata.
La Verità è Verità e la non-verità è non-verità.
Non riuscirai a rendere vera una non-verità pensandoci per anni così come non potrai rendere una verità non vera pensandoci per anni.

Non ci puoi fare nulla, il tuo pensarci è assolutamente irrilevante.
VEDI! Vedere è rilevante, mentre non lo è pensare.
Per questa ragione in oriente non c’è una parola per tradurre la parola “filosofia”.
La parola comunemente usata come traduzione per “filosofia” è darshan, ma non è corretta.

Darshan significa vedere mentre filosofia significa pensare
e la differenza tra le due è incolmabile.

Darshan significa semplicemente “vedere”.
Non è pensare, è consapevolezza.

Franco H. Mignone …il Tantrika

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(*) Il Char Dham yatra è un antichissimo cammino che unisce i quattro santuari posti alle sorgenti del Gange, tutti sopra i 3200 metri. Dopo la costruzione delle strade che si avvicinano alle mete (piste più che strade!), l’antica via è pochissimo percorsa. Non pensate a frecce, segnali od ostelli. E’ un’avventura. Però, che avventura! Si va dal caldo tropicale al gelo dei 4000 metri, si vedono posti incantevoli ed anche terribili, si incontra la gente più strana, saggi e vagabondi, santi e furbacchioni. Ci si immerge in un mondo incredibile, a volte sconcertante. E’ l’India più arretrata che ci sia, paesi senza strade e senza corrente, vita primitiva. Per approfondire è consigliato il libro di  Stephan Alter “Acque Sacre” Ed TEA. Vedi anche questo sito sull’India.

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