La meditazione, la presenza, il “puro sguardo” nella visione non-duale del Kashmir di Jean Bouchart d’Orval

Proseguendo nell’esplorazione del tema meditazione, della consapevolezza di se stessi e della sua applicazione, dei suoi benefici ormai confermati dalle recenti evidenze scientifiche, oggi proponiamo un articolo che è frutto dell’elaborazione di testi raccolti, soprattutto attraverso le conversazioni, i seminari, e gli scritti di Jean Bouchart D’orval*, che ringrazio per la sua chiara esposizione e presenza. Gli sono soprattutto grato per il suo stile controcorrente, per la capacità (tipica del pensiero kasmiro e per estensione non-duale) di uscire dalle consuetudini, per il coraggio di rompere gli schemi che ci imprigionano nel solito stantio modo di pensare, che per alcuni significa (non così inconsapevolmente) il lento rinchiudersi in una comoda prigione, una inesorabile morte del percepire, in altre parole quell’alienante schema del dover giudicare, per catalogare etichettando tutto, non per ultimo quel rassicurante ma sterile modo di pensare alla vita anzichè viverla. Queste tradizioni millenarie sono concordi nel suggerire, anche e soprattutto agli uomini di oggi, di viverla come all’interno di un flusso di esperienze continue, inaspettato e quindi ricco di momenti di stupore e meraviglia. Jean ci suggerisce di guardare alla vita come sistema organico, in continuo cambiamento e trasformazione, anzichè restare nella falsa convinzione che la vita sia un andamento lineare, orizzontale con ritmi meccanici e scanditi dagli impegni. Non dobbiamo dimenticare che noi siamo esseri viventi immersi nel flusso della vita, della natura, siamo parte del tutto. Perciò non possiamo ignorare questo, quindi dobbiamo necessariamente ritornare a percepire il contatto della natura e dei suoi ritmi  per lasciarci condurre in un mondo di sorpresa e magia.

buona lettura  Franco H. Mignone

“Se praticate la meditazione per arrivare da qualche parte, per ottenere dei profitti, per diventare qualcosa, per liberarvi o per diventare un essere realizzato, allora cosa fate di davvero diverso dalla maggioranza degli esseri umani che calcolano e sono inquieti senza tregua? Invece, se vi dedicate a degli istanti liberi da questo genere di arrivismo e di piccolezza – e di quei momenti ne sorgono ogni giorno, basta essere attenti – allora, uscite dall’abitudine. L’atto che non è ostacolato da alcuno scopo è pura potenza. La meditazione libera da qualsiasi direzione volontaria, è puro splendore.

Non ci sono sistemi, non ci sono trucchi. Non è questione di meditazione buddista, di meditazione zen, di meditazione dinamica, di meditazione sufi, ecc. Finché la meditazione ha un genere, si tratta di un’attività mondana. Tutto ciò è fumo negli occhi, spettacolo; non lasciatevi impressionare dalle immagini, per il decoro e la reputazione che si sono con fatica fatti i guru alla moda, i conduttori di ashram e i direttori di scuole di meditazione, che siano occidentali o orientali.

Sono stato personalmente testimone del desolante spettacolo di esseri umani prigionieri di un sistema di meditazione e di un’ideologia di liberazione personale; ho visto persone, a prima vista molto brillanti, essere completamente soggiogate dal pensiero, un infelice “essere realizzato”, afflitto dal bisogno compulsivo di essere approvato e ammirato. Le ho viste aderire ad una dottrina e seguire la linea del “partito” con la stessa cecità dei gesuiti o delle guardie rosse cinesi ai tempi di Mao. Bisogna aver visto i romantici adepti di quei gruppuscoli settari invischiarsi per anni in luoghi esotici per concentrarsi. Bisogna aver visto tutte queste persone ritirarsi in questi campi di concentramento e mettersi spesso dei tappi alle orecchie per “meditare”, per non sentire il rumore del mondo, che altro non è che il rumore della vita…il rumore di Dio. Posso testimoniare che venti, trent’anni più tardi, questi dormienti fanno sempre le stesse domande e ricevono sempre le stesse risposte, formulate nella stessa maniera, con le stesse parole. Dietro i farfugliamenti psicologici fatti dal loro guru attorno al tema, i credenti si sentono sempre freddolosi davanti alla vita e ai suoi grandi spazi aperti.

Le religioni, le ideologie, i gruppi gerarchici, con i loro leader, la loro autorità, i loro dogmi, le loro tecniche e i loro programmi, per evitarvi di sentire la miseria di ciò che avete accatastato nella vostra vita, sono delle calamità, dalle quali potete liberarvi subito, senza tante storie. In tutti i gruppi religiosi, attorno a tutte le autorità spirituali, si trovano invariabilmente le stesse promesse di stare meglio più tardi. Dovete accettare di pensare e di vivere in quella maniera, di praticare quel rituale o quella meditazione, di borbottare quel mantra, tutte cose che vi insensibilizzano e vi rendono stupidi ora, allo scopo di liberarvi più tardi. Credete davvero che tutte queste sciocchezze vi possano essere di qualche utilità per vedere chiaro e comprendervi? Non dico che non bisogna sentirsi in risonanza con una corrente spirituale quando si presenta un’evidenza, ma identificarsi in un gruppo, voler far carriera nel buddismo o nel cristianesimo, è un sintomo di paura o di noia. Sarebbe meglio per voi sentire la vostra paura o la noia della vostra vita e di vederci chiaro, invece di andare a nascondervi e tremare in gruppo dietro una dottrina di liberazione futura.

Mettere pesantemente l’accento su una qualsiasi tecnica e su una ideologia per liberarsi, è una strategia per non sentire più la propria vita così com’è. Questo riflesso patologico di fronte alla paura e alla sofferenza (che non è nient’altro che avere problemi con la realtà) è, certo, un rimandare. Questo rimandare può essere necessario quando la nostra traiettoria passata nello spazio-tempo non ci lascia scelta, ma è pur sempre un rimandare.

Quando praticate una tecnica, ripetete sempre la stessa cosa, provate a rivivere la stessa situazione, per esorcizzare tutto ciò che rimette in questione il vostro sapere sul mondo e su voi stessi. E’ completamente meccanico. Come potete sperare che un mucchio di condizionamenti vi porti un giorno alla libertà? E’ questa la grande illusione di questo genere di pratiche spirituali, la cui principale utilità è di far girare gli affari di quelli che vogliono salvarvi a tutti i costi, di quelli che vogliono liberarvi senza che siate presenti nella vostra vita, in breve, di tutti quelli che si credono indispensabili nella vostra vita. Si può comprendere la pratica di tecniche per imparare un’abilità professionale, per imparare il clarinetto o la boxe, ma per vivere la libertà…..

 Cosa c’è dunque dietro questa nevrosi ben radicata che consiste nell’affidarsi ad una tecnica, o ad un altro essere umano, o a un modo di pensare, o ad una nuova droga? La paura! La paura di sentire che in fin dei conti non si è assolutamente niente, o, almeno, niente di tutto ciò che si è potuto immaginare, comprese le immagini infantili che ci si crea su “Dio” o sul “Sé”. Non è un biasimo per quelli che credono che una tecnica o un guru li dispensi dal vedersi e dal comprendersi: l’essere umano è ridotto a quelle sciocchezze perché non ha scelta, perché non ha la forza e l’umiltà di essere semplice, diretto e onesto con se stesso. Così, non potete domandare a un bambino di tre anni di comprendere ciò che un adulto può comprendere. Non si può imporre niente a nessuno. Non c’è alcun giudizio, solo una constatazione. Se invece avete l’umiltà di sentire questo senza paura, senza ritornare a dormire davanti a un “risvegliato”, in un gruppo o dietro un’ideologia, allora forse potete scoprire da soli che tutto è molto più semplice e infinitamente più bello di quello che la vostra memoria vi infligge.

 Meditare è guardare per la prima volta!

La meditazione non ha veramente niente a che vedere con una tecnica. Meditare è guardare per la prima volta, mentre praticare una tecnica consiste nel ripete per l’ennesima volta. Concentrarsi è astrarsi dalla vita, un mancare di rispetto a ciò che è lì. Cos’è che non volete vedere nella vostra vita, e perché? Non c’è da concentrarsi, non c’è che da ascoltare, guardare. Meditare non è fuggire gli oggetti, né andare a pesca per prenderli: sono due facce della stessa mancanza di maturità. Tutto ciò che ci si attende, tutto ciò che si spera, tutto ciò che si può comprendere, sono degli oggetti, cioè qualcosa che un osservatore taglia da ogni parte in rapporto ad altri “oggetti” e in rapporto allo sfondo silenzioso. Cercare di distinguere un oggetto, cercare di comprendere, cercare uno stato di coscienza, voler trascendere il mondo, diventare un essere realizzato, tutto ciò riflette una mancanza di chiarezza ed è ancora un compromesso.

La meditazione è il totale rispetto di ciò che è lì, il rispetto della vita così com’è. E’ il rispetto di ciò che chiamo la mia vita, con il mio corpo e il mio psichismo, così come sono. È la non-violenza perfetta. Vuol dire che non agite più in un altro posto, o più tardi. Non pensate più alla vostra vita, ma la vivete direttamente e con chiarezza. Sapete cosa vuol dire vivere? Vuol dire essere presenti: sentire, gustare, guardare, ascoltare. Non è anestetizzare questa sensibilità vivendo in un mondo astratto, intessuto di nozioni fatte di parole. Quando vedete un albero, un cervo, un uomo, vi date veramente alla visione e anche a ciò che sentite in voi, vi abbandonate al tocco inferiore. Non state valutando l’età dell’albero, se è un cervo bello, o un uomo simpatico. Certo, tutte queste nozioni vi possono arrivare – non scegliete! – ma non mettete l’accento su di loro. Siete troppo occupati a sentire, a toccare, a gustare, per aver il tempo di rincorrere concetti e opinioni. La vita è molto semplice, tranne quando la si guarda attraverso la nebbia della memoria. Osservate bene! Notate ciò che accumulate al di sopra della percezione dell’oggetto fisico o mentale. Guardate ciò che costruite ancora che soffoca e spegne lo sguardo. Nel momento stesso in cui tuffate la mano nuda nella neve, non c’è niente da pensare, da giudicare, da analizzare, né da classificare. Nel momento stesso in cui sentite la tristezza, la collera, o la paura, non c’è più da pensare o da “comprendere”.

A un certo momento, vi sembra strano cercare qualcos’altro da ciò che è lì, un’altra cosa da ciò che è offerto dalla vita. Veramente, questo sembra molto strano. Guardate i piccoli – quelli degli esseri umani e quelli degli animali – guardate come essi non sono che sguardo, ascolto, sensibilità, attenzione. È universale, è innato; ecco la nostra vera natura. Non è un segno chiaro? È con l’accumulo delle impressioni mentali, lasciate dalle innumerevoli esperienze passate, che ci mettiamo a vivere nell’abitudine. Con il tempo accettiamo l’idea che non è la prima volta, la sola volta, che apriamo gli occhi sul mondo. La nozione di oggetto allora si impone e non ci viene più da dubitare della realtà delle nostre immagini. Il nostro cervello, molto presto nella nostra vita, ha eretto un’immagine del “mondo” a partire dalle impressioni dei cinque sensi. Da allora siamo convinti della solidità delle cose “laggiù” e di un me “qui”. Ma se prendete degli allucinogeni, vedete in modo diverso e con la stessa convinzione. È davvero necessario drogarsi per vedere l’aspetto falso delle nostre fragili immagini del mondo? Basta essere attenti! Per quanto tempo andiamo a sognare e a sostituire un’immagine con un’altra?

La vita meditativa è la maturità dello sguardo, in cui non c’è più la solita corsa bovina verso gli oggetti. È un persistere dello sguardo. È per impazienza che ci gettiamo su oggetti e situazioni. L’impazienza è la paura e questa paura si fonda unicamente su un pensiero.

Meditare è persistere con ciò che è lì. Questo implica il rifiuto delle immagini. Non combatterle, non cercare di distruggerle; cosa c’è da combattere? No. Consiste nel rifiutare di accontentarsi del pallido riflesso della realtà che è l’immagine di se stessi. Quando state con “ciò che è lì”, ad un certo momento questa attenzione diventa silenzio, meraviglia, rapimento, tranquillità. La nebbia delle immagini si dissipa e resta una lucidità, nella quale non c’è più oggetto né soggetto. Meditare è vivere senza localizzarsi. Non c’è che puro sguardo, pura attenzione.

Vivete nel marasma solo per mancanza di convinzione d’essere puro sguardo, pura luce cosciente. Convinzione vuol dire evidenza diretta, non conclusione intellettuale. Gli intellettuali vivono nella stessa paura degli altri, a causa della stessa deficienza di convinzione. Senza quella evidenza diretta, la vita sulla terra non è che un interminabile errare per tentare di spegnere la sete di esperienze e di comprensione. Finché non siete presenti a ciò che è lì nella vostra vita, chiaramente, semplicemente, non potete veder chiare le vostre costruzioni mentali e realizzare ciò che hanno di virtuale. La realtà sta sempre soffiando sul castello di carte fabbricate da voi, ma, finché fuggite di situazione in situazione, di pensiero in pensiero, siete come l’impaziente che entra in una stanza scura provenendo da fuori in inverno: tutto stordito dal chiarore del sole sulla neve, non vedendo niente per i primi istanti, si ritira da questa stanza, torna fuori, poi rientra di nuovo in un’altra, senza aver mai visto niente. Così rattristati, avete fatto il giro della vostra casa e vi sentite sempre così vuoti. Il nostro sguardo ha bisogno di una certa persistenza per distinguere. Allora, quella che chiamo meditazione è questa persistenza dello sguardo, questa insistenza dell’attenzione, senza scopo, senza proiezione di ciò che potrebbe vedere. D’altronde, non c’è niente da vedere! Nel cuore di quella attenzione, non sussiste presto che la pura luce cosciente, che è la vita stessa.

Chi vi può insegnare lo sguardo? Esistono molte “tecniche di meditazione” sul mercato, ma si tratta di un artificio di marketing. Si può certo creare uno spazio meditativo, ma ciò che ci sarebbe da dire su una tecnica meditativa si riassumerebbe in poche parole. Dette queste, è vero che lo sguardo si esercita e diventa più competente, quando ci si dedica a dei momenti di silenzio senza scopo. È quello che vi permette di essere presenti quando soffia il vento della vita sui vostri piani e le vostre certezze. Ma non è qualcosa da praticare con lo scopo di essere presenti più tardi. Non è da memorizzare e farne tesoro. Questo viene come conseguenza naturale, non come un obiettivo da raggiungere. Quando siete rivolti verso un altro momento, voi dormite, sognate. Per esempio, quando avete finito i lavori della giornata, siete seduti e siete lì. Non andate a vedere altrove, non cercate ciò che potrebbe distarvi alla televisione, non cercate nel taccuino il numero di telefono di un amico che potrebbe essere il vostro clown di servizio per quella sera. Guardate ciò che è lì, sentite il vostro corpo, senza provare niente. In meditazione, non siete tenuti a niente, soprattutto a “meditare”! State semplicemente. Non c’è niente da seguire, niente da rifiutare. Lasciate venire, lasciate andare. Assistete a ciò che è lì, compreso ciò che la vostra memoria chiama “niente”. “Niente” è un altro concetto. Non c’è mai “niente”: voi siete sempre lì in quanto puro sguardo. Ma non provate a guardare questo “puro sguardo”! Realizzate che siete persi nei vostri pensieri? E allora? Assistete a questo, soltanto. Da sempre non fate che assistere alle modalità che chiamate la vostra vita. Vedrete presto che tutto è vuoto di sostanza, che non ci sono cose separate dallo sguardo, veramente!”        Jean Bouchart D’orval

*Jean Bouchart d’Orval è nato a Montreal nel 1948. Dopo gli studi classici ha completato gli studi in fisica e ingegneria nucleare presso l’Università di Montreal. Ad un certo punto della sua vita si è posto questioni più fondamentali di quelle alle quali la scienza e anche il pensiero dovrebbero rispondere. Questa intensa interrogazione l’ha condotto ad un approccio più diretto alla vita. Dopo diversi soggiorni nell’Himalaya indiano, entrando in contatto con la tradizione Shivaita del Kashmir, ha confrontato questa con la filosofia greca classica; Jean ha così sviluppato una sua visione filosofica non-duale, ed è in Occidente che si è attualizzata sempre di più la sua intuizione fondamentale dell’esistenza che lo aveva preso sin dall’ adolesceza. Questa è l’essenza della grande tradizione spirituale dell’umanità, che è universale e priva di tutte le formulazioni e sovrastrutture tipiche adottate dall’uomo; soprattutto priva di qualsiasi sistema di credenze e di organizzazione gerarchica.

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